giovedì 31 marzo 2016

La "Olocrazia", un modello organizzativo senza capi...



Ideata dal programmatore Brian Robertson, poi diventato imprenditore e guru, fino ad ora è stata adottata da 300 grandi e piccole aziende, tra cui Zappos. C'è chi dice che sia la prossima rivoluzione e chi che si tratti di un flop

di Rosita Rijtano
4 feb 2016

Non avrai altro boss all'infuori di te.
 
Potrebbe essere il primo comandamento di Holacracy, in italiano Olocrazia: una nuova forma di organizzazione aziendale che punta a sostituire la tradizionale gerarchia, con un sistema ad autorità distribuita. 
Via il superiore, via il subordinato. Livellata qualsiasi asimmetria, demolita la piramide. Si passa a una struttura composta da cerchi, dove ognuno diventa pienamente responsabile del proprio lavoro. Un approccio elaborato da Brian Robertson: programmatore statunitense che, stufo dei modi di operare sperimentati nelle imprese di cui era dipendente, nel 2001 ha deciso di fondarne una propria: la Ternary Software.

"È stato un laboratorio", ha scritto Robertson nel libro 'Holacracy: The new management system for a rapidly changing world', uscito nel giugno del 2015. "L'ho messa in piedi solo per dare risposta a un quesito che mi affliggeva: Che cosa impedisce alle persone di implementare un'idea? E, più in generale, di progettare ciò che credono di riuscire a fare meglio?". Per individuare la soluzione ha testato nella startup appena creata diversi modelli gestionali. C'è una breve parentesi sociocratica, che prevede politiche adottate in base a un consenso strutturato, poi abbandonata. A far breccia definitivamente nel cuore dell'informatico è invece la teoria degli oloni: parola coniata da un giornalista e scrittore ungaro-britannico, Arthur Koestler, per indicare qualcosa che è allo stesso tempo un intero e una parte. Da qui il nucleo fondante della filosofia Holacracy, con tanto di costituzione, in continua evoluzione. Procedendo per errori e tentativi, si è oggi arrivati alla versione 4.1. E a HolacracyOne, la compagnia che si occupa di svilupparne e diffonderne il verbo.




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È il 2014, quando due aziende italiane che si occupano del trattamento di documenti e banconote nel mondo bancario - con sede a Bollengo e Ivrea - vengono acquisite dalla multinazionale statunitense ARCA. Da quattro mesi i 250 dipendenti stanno testando una nuova forma di organizzazione adottata dall'azienda: Holacracy. Un modello ideato dal programmatore Brian Robertson, dove scompare la tradizionale struttura verticistica. E non ci sono più capi. Al loro posto c'è un'architettura a cerchi che ha l'obiettivo di aumentare responsabilità e autonomia degli impiega.

Una "Stele di Rosetta" per la lingua etrusca?

31 mar 2016


Una scoperta che potrebbe rivelarsi fondamentale per ricostruire il linguaggio degli Etruschi. 

Un gruppo di ricercatori del Mugello Valley Archaeological Project ha portato alla luce una stele recante la scrittura etrusca. 
La scoperta è stata fatta nel sito di Poggio Colla in Toscana. La pietra, 227 chili e alta poco più di un metro, faceva parte di un tempio sacro che 2500 anni fa venne demolito per costruirne uno più grande. 
Nascosta per oltre duemila anni, la stele si presenta ben conservata, solo in parte scheggiata e bruciacchiata. Contiene 70 lettere leggibili e segni di punteggiatura, caratteristiche che la rendono uno dei più lunghi esempi di scrittura etrusca mai rinvenuti finora. 
Gli scienziati sono convinti che le parole e i concetti espressi dalla pietra siano una rarissima testimonianza di questa civiltà, considerando che quello che noi sappiamo degli etruschi, 
lo dobbiamo unicamente a necropoli, tombe e oggetti funerari. La stele ritrovata potrebbe rivelare ulteriori preziosi dettagli sulla religione etrusca e sui nomi delle loro divinità. 
La traduzione verrà fatta dall'università del Massachusetts di Amherst.


Toscana, trovata pietra di 2500 anni fa: potrebbe svelare il mistero della lingua degli Etruschi


Toscana, trovata pietra di 2500 anni fa: potrebbe svelare il mistero della lingua degli Etruschi


Toscana, trovata pietra di 2500 anni fa: potrebbe svelare il mistero della lingua degli Etruschi

martedì 29 marzo 2016

Le città possono trasformarsi in oasi vivibili...



di Giacomo Talignani
9 mar 2016

Le strade sono fatte per le persone o per le auto? 

Per una tesi del suo master all'università di Amsterdam Cornelia Dinca ha dato vita a un progetto che prova a rispondere a questa domanda, cercando di far capire a tutte le città del mondo come e perché la 'Venezia del Nord' si sia trasformata in una città così vivibile e non più auto-centrica. 

Ha preso ispirazione da un tweet di Cycling Professor che mostrando una foto scriveva: "La scusa che la vostra città non è Amsterdam non è valida. Anche Amsterdam prima non era così: c'è voluto tempo e uno sforzo radicale". 
Quella foto mostrava il comune olandese com'era 30 anni fa, pieno d'auto, e come è oggi: un paradiso per pedoni, biciclette e bambini. 

La tesi di Dinca è che tutte le città potrebbero applicare questo modello e cambiare veramente le cose. "Ci sono volute proteste e anni di riforme per arrivare a oggi. Chi scende alla stazione di Amsterdam pensa che sia sempre stata così: 'bike friendly' e a portata di tutti, con poche auto che inquinano. Ma non è così, solo dagli anni Novanta abbiamo cominciato a realizzare tutto ciò". 
Per questo ha lanciato il progetto SustainableAmsterdam, fatto di scatti dell'Amsterdam di allora e quella di adesso: "Che sia di ispirazione per tutti coloro che vogliono cambiare. Noi lo abbiamo fatto".


Le strade sono per le persone o per le auto? La lezione di Amsterdam


Le strade sono per le persone o per le auto? La lezione di Amsterdam


Le strade sono per le persone o per le auto? La lezione di Amsterdam


Le strade sono per le persone o per le auto? La lezione di Amsterdam


Le strade sono per le persone o per le auto? La lezione di Amsterdam


Le strade sono per le persone o per le auto? La lezione di Amsterdam


Le strade sono per le persone o per le auto? La lezione di Amsterdam


Le strade sono per le persone o per le auto? La lezione di Amsterdam


Le strade sono per le persone o per le auto? La lezione di Amsterdam


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Le strade sono per le persone o per le auto? La lezione di Amsterdam

lunedì 28 marzo 2016

Poor Kids vs Rich Kids




di Giacomo Talignani
9 mar 2016


Come si risponde alla moda dei "Rich Kids", ragazzi che su Instagram ostentano ricchezze di ogni tipo, macchine di lusso e palate di contanti? 

Mostrando verità e ironia. 
Almeno è quello che devono aver pensato gli autori di diversi profili social che, sotto il nome di "Poor Kids of", stanno provando a replicare alle foto dorate e patinate dei figli di papà di Russia, Turchia, Inghilterra e via dicendo. 
Così i ragazzi poveri di "Theran", "Pakistan", ma anche delle "Università" di molti Paesi, hanno iniziato a raccogliere su vari profili una realtà ben diversa da quella dei loro coetanei pieni di soldi. 
Niente macchinoni ma automobili rotte o modificate, finti marchi Mercedes, frigoriferi vuoti e pranzi miseri, palestre fatte con arnesi di fortuna, ciabatte riciclate e soprattutto tanta povertà. 
Nel più noto, "poorkidsoftehran", che conta 6mila seguaci, vengono pubblicate anche tantissime foto di bambini che soffrono per fame e povertà. Uno schiaffo a chi vive nella bambagia.



"Poor Kids", verità e ironia per rispondere agli eccessi dei "Rich Kids"


"Poor Kids", verità e ironia per rispondere agli eccessi dei "Rich Kids"


"Poor Kids", verità e ironia per rispondere agli eccessi dei "Rich Kids"


"Poor Kids", verità e ironia per rispondere agli eccessi dei "Rich Kids"


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"Poor Kids", verità e ironia per rispondere agli eccessi dei "Rich Kids"

sabato 26 marzo 2016

I figli di Steve Jobs non potevano usare iPhone e iPad



26 feb 2016




Steve Jobs ha cambiato il mondo con la sua tecnologia e costruito un impero, ma non voleva che i suoi figli usassero iPod, iPad e iPhone.

Nella sua casa non amava circondare la sua famiglia di strumenti tecnologici e sottolineava come i figli fossero lontani dal comprendere il funzionamento e le caratteristiche dei dispositivi lanciati di volta in volta sul mercato. "Non li conoscono. Dobbiamo limitare l'uso della tecnologia dentro casa da parte dei nostri bambini", diceva in un intervista al New York Times del 2010 l'amministratore delegato e fondatore di Apple dopo il lancio del primo iPad. 

Un approccio protettivo che lo accomunava ad altri guru della tecnologia. Chris Anderson, ex direttore del magazine Wired e coofondatore di Robotica 3D, ha dichiarato: "Conosco i pericoli della tecnologia, li ho vissuti sulla mia pelle e non voglio che accada lo stesso ai miei figli".

Lo stesso per Evan Williams, fondatore di Twitter, e sua moglie Sara Williams che hanno circondato i figli di libri e non di tecnologia. Tutto dipende dall'età: è necessario che non siano dipendenti e che un po' più grandi conoscano dei limiti nel loro utilizzo.

La famosa ragazza afghana dagli occhi verdi, fotografata da McCurry...




di Giorgio da Batiorco, 15 set 2012


Quella di Sharbat Gula è forse la foto più riconosciuta e riconoscibile della storia del National Geographic. 

Grazie a questa fotografia, la storia della ragazza qui ritratta sembra incredibile, ma non è probabilmente così inusuale per i tempi in cui è stata scattata. Dopo un attacco che uccise i suoi genitori, Sharbat Gula, di etnia Pashtun, fu costretta a scalare le montagne fino ad arrivare al campo rifugiati di Nasir Bagh, nel vicino Pakistan, con i fratelli e la nonna. Fu lì che il fotografo Steve McCurry scattò questa ora famosissima fotografia.

Il suo volto divenne il simbolo del conflitto afgano degli anni ottanta, e della situazione dei rifugiati in tutto il mondo.

Quando questa immagine comparve per la prima volta nella rivista, il suo nome era sconosciuto e venne soprannominata semplicemente “ragazza afgana”.

Sharbat, a quei tempi, aveva circa dodici anni. La fotografia è stata spesso accostata alla Monnalisa di Leonardo da Vinci, al punto di venire spesso soprannominata, appunto, “la Monnalisa afgana”.



Sharbat Gula, 12 anni – 1985


Per più di diciassette anni, il suo nome e la sua identità sono rimasti un mistero, fino a quando McCurry, insieme ad altri del National Geographic, non sono tornati in Afghanistan nel 2002 per cercare di rintracciarla.

Dopo molti falsi avvistamenti finalmente la trovarono attraverso il fratello, che aveva occhi altrettanto verdi, in una delle regioni più remote del paese. Era una donna di circa trent’anni, sposata e madre di tre figlie. Quando a McCurry venne concesso il permesso di incontrarla di nuovo, le disse che la sua immagine era diventata famosa. Sharbat non era particolarmente interessata alla sua personale fama, ma fu felice di sapere di essere diventata un simbolo della dignità e della forza della sua gente. Quando al fratello venne chiesto come fosse la vita della sorella, rispose: cucina, pulisce, lava i panni. Cura i suoi figli; sono il centro della sua vita. Robina ha tredici anni, Zahida ne ha tre e Alia, la più piccola, uno. Una quarta figlia è morta nella prima infanzia.

Sharbat non ha mai vissuto un giorno felice, se non forse quello del suo matrimonio, avvenuto alla fine degli anni ottanta, prima del suo ritorno in Afghanistan, con Rahmat Gul. Shabat non aveva mai visto il suo famoso ritratto fino a quando, allora, non le venne mostrato. Accettò di farsi ritrarre per la secondo volta nella sua vita.

Eccola


Sharbat Gula – 2002


Fatto interessante: il National Geographic fondò un’organizzazione di beneficenza chiamata Afghan Girls Fund, con l’obiettivo di educare le ragazze e le giovani donne afgane. Poi, nel 2008, il fondo venne esteso per includere anche i ragazzi e il nome venne cambiato in Afghan Children’s Fund.



Fonte: da Archivio Caltari del 4 agosto 2011

lunedì 21 marzo 2016

Il monopolio nella carta stampata...



di Alessandro Sallusti
3 mar 2016




Il quotidiano La Stampa di Torino, storico foglio della famiglia Agnelli e di Fiat, si fonde con il gruppo Espresso di Carlo De Benedetti, editore - oltre che del noto settimanale, di sedici importanti quotidiani locali e di famose radio (Dj e Capital) - di la Repubblica, organo ufficiale della sinistra italiana.

Se aggiungiamo che La Stampa è già proprietaria del Secolo XIX di Genova si può dire con certezza che ieri ha preso vita un nuovo mega polo editoriale che controllerà ben oltre il 20 per cento dell'informazione prodotta in Italia. C'è di più. Uno dei due freschi soci, John Elkann, nipote dell'Avvocato e presidente de La Stampa, ha per ora solo annunciato di volersi defilare dal Corriere della Sera, di cui è azionista di riferimento. Non dubitiamo, siamo solo curiosi di vedere quando non sarà certo domani - e come questo accadrà, cioè a chi passerà di mano il controllo del Corriere.

Diciamo la verità. Siamo ammirati perché quando gli imprenditori si muovono e rischiano è cosa positiva. E siamo contenti perché più informazione si omologa e allinea al pensiero unico della sinistra (ieri il comunismo, per vent'anni l'antiberlusconismo, oggi il renzismo in salsa verdiniana) più aumentano gli spazi per chi come noi la pensa diversamente e combatte sul fronte opposto.

Non la meniamo con il conflitto di interessi, a noi le concentrazioni non fanno paura. Questo giornale nasce senza piagnistei proprio contro il monopolio culturale e mediatico. Ma siamo pure divertiti nel vedere come nessuno dei paladini del pluralismo, della libertà di espressione, come quelli del conflitto di interesse permanente, abbia fino ad ora fiatato. Ma come, il grosso dell'informazione finisce nelle mani di un solo uomo è evidente che è De Benedetti che si mangia La Stampa e tutti si allineano? Pensare che gli stessi il circolino che faceva capo alla buonanima di Umberto Eco - volevano fare la rivoluzione quando Mediaset propose di acquistare i tralicci dico tralicci, non canali della Rai per modernizzare i segnali via etere (operazione ovviamente bloccata da Renzi). E dire che ancora oggi è in corso una rivolta per salvare la democrazia dopo che Mondadori ha acquistato, salvandola dal fallimento, la Rizzoli Libri.

A questi cortigiani faziosi abbiamo fatto da tempo il callo. Ci consoliamo con il fatto ed è una bella notizia che dopo un secolo la Fiat si defila dal controllo dell'informazione, che in alcuni periodi è stato assoluto: troppo oneroso e non più strategico per un gruppo ormai internazionale. Grazie Marchionne.

lunedì 14 marzo 2016

"Brain Project": la mappatura del cervello umano



Dal 14 al 20 Marzo si celebra in tutto il mondo la settimana dedicata al nostro organo più importante, che fa di noi animali tanto diversi rispetto agli altri perché “senzienti”. 
Le potenzialità ed i problemi del nostro cervello, che impattano sulla mente e sul corpo: il tempo è essenziale, quanto prima si interviene meglio si affrontano le malattie neurologiche



Tre miliardi di dollari in dieci anni per mappare il cervello: questo il Brain Project lanciato da Obama. A cui ha risposto l’Unione Europea col finanziamento di 1.200 ricerche, per 1 miliardo e 900 milioni di euro. Si cercano i meccanismi che governano quest’organo, e lo sviluppo di nuovi farmaci in grado di arrestare o curare i veri flagelli del prossimo futuro, le malattie neurodegenerative. 

Ma bisogna fare presto: in Italia quasi un milione di malati d’Alzheimer, un numero imprecisato di chi soffre di demenza senile, e poi 300mila con la malattia di Parkinson, 70mila con sclerosi multipla... “Il fattore tempo è cruciale in medicina e, in particolare, in ambito neurologico. La rapidità e l’accuratezza dell’intervento neurologico, subito dopo la comparsa dei primi sintomi, consentono di ridurre o annullare i danni che spesso condizionano fortemente la qualità di vita dei malati.” 

Così il Prof. Leandro Provinciali, Presidente della SIN, la Società Italiana di Neurologia. 
Ed al tempo è dedicata l’edizione di quest’anno della Settimana del Cervello. Dal tempo che ci si mette ad intervenire si decide ad esempio la prognosi dell’ictus ischemico in fase acuta: la combinazione di trombolisi sistemica e trombectomia meccanica, sono trattamenti tanto più efficaci quanto più sono tempestivi. In particolare, la trombectomia meccanica dovrebbe essere eseguita entro le 6 ore dall’esordio dei sintomi. In questa ottica, è stato introdotto il concetto di ritardo evitabile, ovvero l’efficienza organizzativa del percorso clinico del paziente con ictus acuto. E l’esigenza di rivedere la tempistica assistenziale dei pronto soccorso. Il tempo che passa e le alterazioni che produce sul cervello sono molto evidenti anche nella malattia di Alzheimer, che si manifesta con disturbi iniziali di memoria episodica, cioè della capacità di ricordare eventi legati ad un preciso riferimento temporale, cui si associano nel corso del tempo disturbi del linguaggio, dell’orientamento, delle capacità di ragionamento, critica e giudizio, con perdita progressiva dell’autonomia funzionale. 
Con il termine demenza si intende proprio la perdita di autonomia, mentre per descrivere i disturbi iniziali di memoria, con autonomia interamente conservata, si parla di disturbo cognitivo lieve o “Mild Cognitive Impairment (MCI)”. 

Questa condizione, diagnosticabile con opportune valutazioni neuropsicologiche, spesso precede di alcuni anni la demenza vera e propria. Sappiamo inoltre che il processo patologico che colpisce il cervello e che è responsabile della manifestazione clinica di MCI e poi di demenza precede di vari anni queste condizioni cliniche. Ancora il tempo, e la capacità di intercettarne i danni, alla base del processo neurodegenerativo che porta alla Malattia di Parkinson: inizia molti anni prima della comparsa dei sintomi motori e spesso, durante questa lunga fase, possono essere presente manifestazioni non motorie. Scoperte recenti che hanno una notevole rilevanza, perché se si riuscirà a individuare i soggetti a rischio di sviluppare la malattia si potrà intervenire precocemente con farmaci neuroprotettivi. Ancora: la Sclerosi Multipla. Una malattia che oggi è relativamente agevole identificare, se si è in grado di interpretare i sintomi specifici e gli esami di laboratorio, dalla Risonanza Magnetica all’esame liquorale alla neurofisiologia, che dimostrano l’interessamento diffuso su base autoimmune del sistema nervoso. Se si inizia precocemente una terapia, c’è un minor accumulo di disabilità e una maggiore autonomia. Al contrario, ritardare l’inizio di una terapia, può essere responsabile della comparsa di disturbi non più reversibili e recuperabili. Comprendere in tempi brevi che la terapia effettuata non è pienamente efficace e, quindi, cambiare la cura utilizzando strategie terapeutiche più incisive, può essere cruciale per mantenere condizioni di salute compatibili con una vita pressoché normale.

sabato 5 marzo 2016

Caro figlio mio...

Da HuffingtonPost.it

Caro figlio mio: non dipende da te, ma da me


di Jessica Johnston, 10 mag 2016


Ricordo il primo giorno in cui t'ho stretto fra le braccia. 
Sei venuto al mondo, ed io con te. Sulla paternità ci avevo riflettuto tanto, su come sarei stato, e su come saresti stato tu. Ma ero ancora tanto impreparato. Per un momento Cielo e Terra si sono baciati, e mai nella mia vita mi son sentita più sicuro, e allo stesso tempo più incert0.

Sapevo che sarebbe andato tutto OK, a te e a me. Ma sapevo anche che in un solo istante sarei dovuto crescere, per poter essere tuo padre.

Tu in me ci credevi, io me ne rendevo conto.

M'aspettavo che avrei saputo come fare -- che avrei saputo come amarti e crescerti al meglio in ogni fase della tua vita. Ma non è stato così. Quando non avevi che pochi mesi di vita chiamai il pediatra al telefono all'una di notte, in preda all'ansia perché la febbre aveva provocato qualche convulsione. Eravamo un disastro. Adesso mi ritrovo ad aiutarti ad attraversare gli anni della scuola e ad elaborare il lutto del trasferimento di una persona a te cara. Dovrei saperlo, come si fa, figlio mio, ma a volte proprio non lo so.

Anch'io ti chiedo troppo, figliolo. Ci provo a non farlo, ma lo faccio.

Certe volte le mie insicurezze, nonché le aspettative irrealistiche che ho nei miei confronti tracimano addosso a te, e la cosa mi dispiace tanto. In qualunque istante tu dovessi chiederti che cosa ci sia di sbagliato in ciò che stai facendo, cos'è che non riesci a fare al meglio... ti prego sappi che in realtà stai andando bene. Anch'io quando andavo a scuola sognavo che un giorno avrei avuto te, e che sarei riuscito a trovare un modo per crescerti senza mai dover sapere che cosa fosse il perfezionismo. Senza mai doverti sentir sussurrare nell'orecchio la voce del timore e dell'idealismo, quella che t'ammonisce: "Non rovinare tutto". Ma non ci sono riuscito. Lo vedevo nei tuoi occhi quando eri preoccupato per i compiti in classe, o quando ti rimproveravo troppo duramente per delle inezie.

Mi dispiace, figlio mio. Non dipende da te, ma a da me.

Il fatto è, figliolo, che tu sei perfetto. Perché la perfezione non è ciò che pensiamo. Non è uno standard a cui dobbiamo arrivare, o un'aspettativa impossibile da raggiungere. È l'oro che già c'è in te. È la persona che sei, aldilà di tutti i tuoi errori e dei tuoi successi.

Sono tanto, tanto orgoglioso di te.

Se pure non fossi "bravo", figlio mio, semmai dimenticassi di pensare agli altri, e di essere quello che si "comporta bene", sappi che sono dalla tua parte, ogni singola volta. Tifo per te, e insieme riusciremo a farcela.

Potresti anche andare malissimo a scuola, e non riuscire mai più a superare un altro test di lettura accelerata, o una prova di matematica a tempo, ma la cosa non inciderebbe minimamente sul modo in cui ti guarderei, né su quanto sarei orgoglioso di te.


Sono dalla tua parte, ogni singola volta.   
Tifo per te, e insieme riusciremo a farcela.

Potresti non essertela sentito di praticare gli sport di squadra, o scappare di corsa quando ti chiedono di fare degli esercizi, come hai fatto. Lo capisco, anch'io mi sentivo così. Ma se pensi di deludermi, ti sbagli.

Potresti sposarti, o non sposarti mai, andare all'università, o non farlo. Avere una carriera brillante, o niente di simile. Potresti aver successo, o fare miriadi di errori, e io non andrò da nessuna parte. Non esiste errore o decisione che possa allontanarmi -- alcuno. Non potrei mai esser più orgoglioso di quanto non lo sia già, né volerti più bene di così.

E ogni qual volta dovesse succederti d'avvertire da parte mia dei segnali che ti diano l'impressione che quanto sopra non sia vero, ti prego sappi che ciò non dipenderà da un tuo fallimento, ma dalle mie paure. Ho paura di non fare le cose per bene, o di non essere in grado di darti ciò di cui hai bisogno. Ho paura di non esser tagliato per questo, e che forse gli altri genitori se la cavino meglio di me. Ripenso al fatto che ti lascio giocare, e che non riesca a parlare con te, e mi chiedo se magari io non riesca ad amarti abbastanza. Ripenso a quanto io sia stato molto egoista, e a quanto a volte sia stato talmente concentrato su di me da trascurare te. Ripenso alle aspettative che ti ho scaricato addosso, e a come avevo giurato di non farlo mai. E ho paura, e non son sicuro d'avere la stoffa.

Poi ci sono quelle volte in cui mi comporto in modo frivolo e melodrammatico. Perché i miei pantaloni "tirano" per via degli addominali ormai perduti, e la mia casa è piccola, quasi un disastro, e ho la sensazione d'aver fallito miseramente. A volte è perché cerco di non mangiare formaggi e bere caffè, ma non riesco a pensare ad altro che ai formaggi ed al caffè. È sciocco, è umiliante, ma è vero.

Non dipende da te, figlio mio, ma da me.

Adesso hai sedici anni anni, e a volte mi chiedo se il mio tempo per fare errori non si stia esaurendo. Se uno di questi giorni non mi manderai a quel paese quando pretenderò troppo. Ma tu continui a perdonarmi, a credere e ad aver fiducia in me -- proprio come facevi quand'eri un bebè e io non riuscivo a capire come prendermi cura di te.

Grazie per quanto mi vuoi bene anche nella mia imperfezione. Mi hai migliorato tanto, e continuo a imparare...

Imparo ad accettare me stesso tanto quanto accetto te.

Ti voglio bene, figlio mio, più di quanto le mie parole siano in grado d'esprimere. Grazie per crescere con me.

Con amore,
Tuo padre, per sempre


Questo post è stato pubblicato originariamente su Wonderoak, 
è stato ripreso daHuffPostUsa e tradotto da Stefano Pitrelli,
adattato alla figura di padre da Alessandro Tagliabue

venerdì 26 febbraio 2016

Il tributo ad un grande artista enigmatico: David Bowie





I dubbi sul luogo del decesso, il silenzio dei familiari I fan si chiedono "Un epilogo assistito?"



di ANDREA VISCONTI, 13 gen 2016





Quella di David Bowie potrebbe essere stata una morte "assistita", quanto meno pianificata, l'ultimo gesto di uno straordinario coreografo che ha scelto per sé la scenografia definitiva. 

L'uscita dell'ultimo disco, Blackstar, che ha tutta l'aria di un addio in grande stile, il giorno del 69esimo compleanno, solo tre giorni prima dell'annuncio della morte. Confermata dal figlio, prima che la famiglia si chiudesse in un riserbo assoluto. Nulla, finché scriviamo, si sa del funerale. Incerto anche il luogo del decesso, si parla di New York ma senza conferme. Ma a insinuare i dubbi sono soprattutto le parole di Ivo Van Hove, il regista di Lazarus, il musical scritto da Bowie in scena al New York Theatre: in un'intervista non esclude che l'artista sia stato aiutato per l'ultimo passo. Quel che è certo, è che la moglie Iman e i figli, Duncan e Alexandria, non dicono nulla. Nel frattempo circolano numeri sull'entità della sua eredità: mentre secondo il sito della rivista Fortune Bowie avrebbe lasciato circa 230 milioni di dollari, ilDaily Mail sostiene che la sua fortuna potrebbe toccare gli 800 milioni di euro.

Accanto al portone su Lafayette Street appena passato l'incrocio di Houston Street ci sono centinaia di mazzi di fiori, candele e bigliettini deposti da giovani e meno giovani ancora increduli. L'artista aveva parlato del tumore al fegato solo a pochissimi amici e collaboratori, pretendendo il riserbo più assoluto. Lui stesso aveva appreso solo da poco di avere al massimo un anno da vivere, una situazione medica aggravata da sei infarti negli ultimi mesi (così racconta alla Bbc la biografa Wendy Leigh).

"Ha sempre curato perfettamente la coreografia della sua vita" dice, dopo aver deposto una rosa, la fan Nadia, che si unisce al coro degli ammiratori secondo i quali sarebbe logico se fosse stato un medico di famiglia ad assisterlo nella morte quando oramai la fine era vicina. E forse sarebbe proprio questa la ragione per cui la famiglia non specifica dove sia avvenuto il decesso. Ieri il New York Post suggeriva che David fosse morto in Inghilterra, ma quasi tutte le fonti giornalistiche pensano che la morte sia avvenuta negli Stati Uniti. Da anni aveva venduto la sua casa di Londra e viveva nell'appartamento newyorkese di Soho che con Iman aveva comprato per 5 milioni e mezzo di dollari. Per motivi di privacy nessun ospedale di New York specializzato in oncologia si è sbilanciato a dire se nell'ultimo anno Bowie fosse stato fra i pazienti. Silenzio anche da parte dell'ufficio del medico legale che dovrebbe avere certificato il decesso.

A poche ore dalla notizia della morte, è effetto Bowie nelle classifiche. Blackstar è al primo posto di iTunes, su Spotify boom di ascolti con, in cima, la canzone Heroes. Il suo ultimo album potrebbe essere il primo della sua lunga carriera a raggiungere la vetta della classifica americana. Il concerto previsto per 31 marzo alla Carnagie Hall si farà, e diventerà un tributo in memoria.


§§§



David Bowie:
il 25 febbraio 2016










La prima parte della nuova miniserie su Instagram intitolata “Unbound”, con musica dell’ultimo disco di David Bowie “Blackstar”, è enigmatica quanto ci si aspetterebbe da un simile progetto. 
Prima di morire l’artista diede ai registi diretto accesso alle canzoni e alle immagini dell’album senza limiti e pre-condizioni.
Nella clip di 15 secondi, si vede un gruppo di persone sedute in una biblioteca. C’è chi beve vino, chi ricama, chi legge, chi guarda, chi sta di schiena. Un occhio attento vedrà sul tavolo il libro con la stella nera. 
E’ strano, troppo breve, ma la piattaforma non permette video più lunghi.
La serie è divisa in 16 episodi, contiene situazioni evocative, ispirate alle atmosfere suggerite dai testi e dalle canzoni. Prodotta da Nikki Borges e Lawrence Peryer e diretta da Carolynn Cecilia, "Unbound” ha coinvolto anche gli attori Tavi Gevinson e Patricia Clarkson. Usare un social media per creare, è una innovazione che forse a Bowie sarebbe piaciuta.







sabato 13 febbraio 2016

Disabilità e vera "discriminazione"






I ragazzi del sito satirico si difendono dalle accuse: «La battuta rovesciava un luogo comune e non toccava la disabilità»


di Francesco Oggiano,  12 feb 2016





«L'irritazione davanti a quella battuta svela il modo di certe persone di guardare alle malattie. Se una persona è "uguale" alle altre, non c'è motivo di trattarla diversamente». 
Per i ragazzi di Spinoza, il giorno dopo è fatto di pacche sulle spalle e minacce di morte. La loro battuta sul maestro Enzo Bosso («Commovente come anche una persona disabile possa avere una pettinatura da coglione») continua a girare per la Rete, ora condannata come inqualificabile, ora osannata come simbolo del diritto alla satira. «Non scomodiamo la satira, teniamola per cose più importanti», frena Stefano Andreoli. 36 anni, autore televisivo, è il co-fondatore del sito Spinoza.it assieme all'amico Alessandro Bonino.
«Questo era solo del sano umorismo "scorretto"». 

Il maestro Ezio Bosso ha dichiarato di non essersi offeso per la battuta. 
«Perché l'ha perfettamente capita. Lui è un un utente ideale di Spinoza: intelligente e autoironico». 

Com'è nata quella battuta?
«Seguiamo i grandi eventi in diretta su Spinoza Live, una chat collettiva aperta. Durante le serate sanremesi, ci sono più di un centinaio di utenti che condividono in tempo reale le loro battute. Io e altri dello staff ci occupiamo di selezionare le migliori e di twittarle».

Come avviene la selezione?
«Non abbiamo obblighi minimi. Twittiamo soltanto le battute che meritano, pescando all'interno di un flusso di quasi 100 battute al minuto. La selezione è di circa l'1%».
In quell'1% c'era la battuta di Daniele, ragazzo di Roma e utente storico di Spinoza, che, a malincuore perché le battute non andrebbero mai spiegate, ci racconta: «È una battuta basata sul metodo del rovesciamento del luogo comune. Di norma le persone dicono: "Guardate quel ragazzo, nonostante sia disabile sa suonare il piano/scrivere/disegnare, ecc." Ecco, noi l'abbiamo rovesciata in negativo: "Guardate quell'uomo. Nonostante sia disabile... ha una pettinatura da coglione". Perché è una persona normale». 

Stefano, lei ha scelto quella battuta tra 100. Perché?
«L'ho trovata centrata, divertente, e non più cattiva delle altre che avevamo già fatto su Bosso».

Tipo?
«"Tutti in piedi per Bosso. Che stronzi"; "Una violinista piange. Sa che dopo arriva Bernabei"; "Ezio Bosso ha paura di non farsi capire. Ma figurati, siamo abituati con Allevi"».

Immagino le reazioni...
«In realtà tutte queste battute sono state messe tra i "Preferiti" dallo stesso Bosso». 

Che vi ha addirittura risposto. 
«Sì, è stato lui che ha introdotto il tema della disabilità, facendo riferimento alle sue difficoltà a pettinarsi. Un genio».

Lì lei ha cominciato a preoccuparsi.
«Ho pensato che la battuta potesse essere fraintesa da qualche utente. Le parole coglione e disabile rischiavano di creare un corto circuito nella mente di molti». 

Siete stati sommersi dalle critiche per aver scherzato su una disabilità.
«Ma la battuta non andava a toccare un aspetto connesso con la malattia! Per questo sbaglia chi la trova intollerabile».

Incontrerà Bosso?
«Lo spero. Intanto mi appenderò la sua risposta al muro».

Che cosa gli direbbe?
«Lo inviterei a iscriversi a Spinoza, di talenti umoristici c'è sempre bisogno. E gli consiglierei un buon parrucchiere, perché diciamoci la verità, quella pettinatura... (ride, ndr)». 

Continuerete a seguire Sanremo?
«Certo! Anche se ora, i parrucchieri dell'Ariston sentono una pressione più forte dei cantanti...».

domenica 31 gennaio 2016

La discriminazione dei bagni pubblici...

Da IlPost


di Giulia Siviero, 30 gen 2016

Il New Yorker mette in discussione la separazione dei bagni pubblici, suggerendo che perpetui discriminazioni e paternalismo

Bagni
 Bagno pubblico di Manchester
(Christopher Furlong/Getty Images)
Il New Yorker ha pubblicato un articolo che ragiona sulla separazione dei bagni pubblici tra quelli per maschi e quelli per femmine. 
Il dibattito su questo argomento, scrive la giornalista Jeannie Suk, è da sempre piuttosto vivace: non ha semplicemente a che fare con la discriminazione che questa separazione comporta e con il conseguente riconoscimento dei diritti delle persone intersessuali, transessuali e transgender, ma anche con una visione paternalistica nei confronti delle donne. Le implicazioni di questa discussione quindi vanno ben oltre i bagni, avverte Suk. «I servizi igienici saranno nel prossimo futuro i nuovi campi di battaglia per le questioni di genere e sessualità». Qualche tempo prima, occupandosi dello stesso argomento, il New York Times aveva definito il 2015 “the Year of the Toilet”. La domanda che sempre più persone si fanno è, in breve: non potremmo usare tutti e tutte gli stessi bagni, donne e uomini? Non sarebbe ora di superare anche questo baluardo della segregazione sessuale?

Paura e sessismo

Gli argomenti più tenaci contro i servizi igienici inclusivi sono principalmente due: uno ha a che fare con le omo-lesbo-trans-fobie, l’altro con il sessismo.

«La vulnerabilità che la maggior parte delle persone prova in un bagno pubblico quando ha i pantaloni abbassati vicino ad altri è stata facilmente sfruttata e messa in relazione con la violenza sessuale», scrive Suk. La paura di quello che non è conforme alla norma ha portato a stabilire nel tempo un legame tutto pregiudiziale e irrealistico tra le persone transessuali e una loro innata propensione a molestare o a compiere violenza sessuale contro le persone nei bagni e negli spogliatoi. A Houston, lo scorso anno, con un referendum è stato abolito a maggioranza un decreto che permetteva, tra le altre cose, alle persone transgender di utilizzare i bagni pubblici in linea con la loro identità di genere: gli oppositori della legge sostenevano che avrebbe «permesso a ogni uomo, in qualsiasi momento, di entrare in un bagno per donne semplicemente affermando di sentirsi donna quel giorno», nonostante il pericolo che corrono i o le transgender nei bagni sia visto esattamente al contrario come motivo per sostenere il libero accesso al bagno che ritengono più adeguato. Nel 2006, per fare un esempio più vicino a noi, la deputata di Forza Italia Elisabetta Gardini aveva dichiarato di essere rimasta scioccata dall’incontro nei bagni della Camera con Vladimir Luxuria. 
La notizia arrivò fino alla BBC, che dopo aver raccontato la vicenda citava queste parole di Gardini: «L’ho vissuta come una violenza sessuale, mi sono veramente sentita male».

I simboli di un corpo femminile sulle porte dei bagni delle donne e quelli maschili ai bagni degli uomini, attraverso la loro ripetizione, confermano il binarismo sessuale e la corrispondenza sesso-genere, mentre la presenza di un corpo “differente” (proprio lì dove i corpi si dimostrano vulnerabili e “fluidi”) crea disordine e viene percepita come una trasgressione che mette in pericolo le norme che reggono la struttura eterosessuale stessa. È d’altra parte riconosciuto come le omo-lesbo-trans-fobie siano diverse dalle altre forme di paura: chi ha la fobia dei ragni distoglie lo sguardo dai ragni, chi ha paura di un corpo trans può reagire con l’evitamento, ma anche con comportamenti aggressivi. Il corpo dell’omosessuale è stato dunque a lungo percepito come un corpo perverso, sporco, immorale: la letteratura è sconfinata.

Il secondo argomento contro i bagni unisex ha invece a che vedere con una visione vittoriana del rapporto tra i sessi: donne con la gonna, uomini con i pantaloni, come nei simboli sulle indicazioni dei bagni. La donna continua a essere percepita come una creatura fragile che deve essere protetta, come un “angelo del focolare”, visione alla quale corrisponde una condizione giuridica limitatissima. E questa impostazione ha infatti avuto conseguenze giuridiche molto rilevanti. Nel 1873 Myra Bradwell sfidò uno statuto dell’Illinois che limitava solo agli uomini l’applicazione della legge sul lavoro libero, incluso il diritto di scegliere la propria occupazione. La Corte Suprema respinse la richiesta di Bradwell: i principi del lavoro libero non valevano per le donne, dal momento che la loro natura le aveva assegnate alla sfera domestica. La Corte, nella stessa sentenza, precisò anche come non fosse incostituzionale per uno stato negare alle donne l’ingresso al bar, sulla base del loro sesso, spiegando la decisione con una formula che è diventata emblematica dell’atteggiamento degli uomini nei confronti delle donne: «L’uomo è, o dovrebbe essere, protettore e difensore della donna. La naturale timidezza e delicatezza che appartiene al sesso femminile, le rendono evidentemente inadatte per molte delle occupazioni della vita civile».

Questi stessi principi dell’età vittoriana (riassumibili nella parola “paternalismo”) hanno portato allo sviluppo, tra le altre cose, di ambiti distinti in base al sesso e alla designazione di alcuni spazi fisici riservati alle donne, inclusi i bagni dei locali pubblici: spazi sicuri e nascosti in un mondo in cui le donne erano e continuano a essere oggetti da proteggere. «La nostra società», dice Suk, «sta vivendo una recrudescenza di questa stessa preoccupazione paternalistica che continua a considerare le donne come creature vulnerabili». Suk dice anche di non essere a conoscenza di statistiche affidabili che indichino che i bagni pubblici siano più pericolosi per quanto riguarda le aggressioni sessuali rispetto ad altri posti. E non sarà di certo un cartello con l’indicazione “uomini” o “donne” ad allontanare gli eventuali aggressori.

Un nuovo campo di battaglia, di porcellana

E dunque: il bagno è l’ultimo baluardo della differenza sociale di genere? «Quando uomini, gay o etero possono stare tranquillamente fianco a fianco negli orinatoi, perché donne e uomini non possono condividere lo stesso bagno, soprattutto in luoghi chiusi che rispettino la loro privacy?», scrive il New Yorker. Le donne hanno certamente dei bisogni igienico-sanitari specifici, ma questi bisogni giustificano uno spazio totalmente separato?

Lo scorso dicembre, durante un comizio in Michigan, il candidato Repubblicano alle primarie americane Donald Trump ha preso in giro Hillary Clinton perché la sera del dibattito televisivo era arrivata in ritardo sul palco a causa del bagno per donne che era occupato: «Non vedendola, ho pensato che avesse rinunciato. Dov’era andata? Dove se ne era andata Hillary? Hanno dovuto cominciare senza di lei. E io so dov’era andata: è disgustoso, nemmeno ne voglio parlare». Era semplicemente andata in bagno.

Il bagno pubblico è l’istituzione sociale più evidente e diffusa in cui la separazione per sesso è ancora la norma e disfare questa separazione potrebbe avere un significato che va oltre la questione dei bagni. Se una donna trans può usare il bagno delle signore il messaggio implicito è che sì, è accettata come donna. Se un uomo trans può usare il bagno degli uomini, vale la stessa cosa. Perché, si chiede il New York Timesschierandosi a favore di un bagno per tutte e tutti, Hillary Clinton non ha riconosciuto pubblicamente che il suo ritardo era dovuto a un’ingiustizia? Il bagno riservato alle donne era – ed è ancora molto spesso – scomodo, spesso c’è la fila, ed è il simbolo di molte verità su quanto possa essere difficile, quando si è una donna, vivere in un mondo costruito a misura d’uomo. «Che succederebbe se una donna dicesse tutta la verità sulla sua vita? Il mondo finirebbe in pezzi», scriveva la poeta Muriel Rukeyser. E perché, meglio ancora, sfidando le norme, Hillary Clinton non è andata nel bagno degli uomini?

Le ordinanze sui bagni

Lo scorso dicembre il senatore dell’Indiana Jim Tomes ha presentato una proposta che, se approvata, renderebbe un reato utilizzare bagni, docce, spogliatoi riservati a un sesso da parte di persone di sesso diverso da quanto indicato nel certificato di nascita. Se il proprio sesso alla nascita non corrisponde a quello della targhetta del bagno, la pena potrebbe comportare fino a un anno di carcere e una multa di cinquemila dollari.

Ordinanze sui bagni simili a quelle dell’Indiana sono state proposte in diversi altri stati americani (Arizona, Texas, Florida e Kentucky, tra gli altri) e vogliono contrastare una tendenza contraria: quella che prevede di estendere le protezioni ai transgender e che permette di conseguenza alle persone transgender di accedere a una serie di servizi che corrispondono alla loro identità di genere. Lo scorso anno il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti ha pubblicato nuove linee guida che raccomandano ai datori di lavoro di consentire ai e alle dipendenti transgender di usare il bagno che ritengono più adatto a sé. Lo scorso aprile la Casa Bianca ha aperto la sua prima “gender-neutral toilet” (si trova nell’Eisenhower Executive Office, l’edificio che ospita uffici e dipendenti dell’amministrazione). Si sono adeguati in questi mesi anche musei come il Whitney e l’American Folk Art Museum di New York e anche diverse università; c’è anche una app che fornisce una mappa dei bagni unisex in tutto il mondo.


sabato 30 gennaio 2016

Le classifiche dei film, secondo gli incassi...

Da IlPost



Tra cui il film che ha incassato di più di sabato, quello che ha fatto più soldi nella storia e quello che li avrebbe fatti se non ci fosse l'inflazione

30 gen 2016

incassi-cinema
"The Wolf of Wall Street"

Fino a qualche giorno fa si è parlato e scritto molto di Star Wars: Il risveglio della forza. Il film era attesissimo, è stato molto pubblicizzato e ha incassato tantissimi soldi:quasi due miliardi di dollari in tutto. Star Wars: Il risveglio della forza non ha ancora finito di incassare perché in molti paesi è ancora in programmazione ai cinema. Nel frattempo sono però arrivati altri film e il grosso degli incassi è fatto: è stato abbastanza per battere molti dei record d’incassi della storia del cinema, ma non tutti. Avatar resta per esempio il film che ha fatto più soldi in assoluto in tutto il mondo. Lo dicono i dati di Box Office Mojo, la fonte più affidabile e precisa sugli incassi dei film.

Su Box Office Mojo ci sono però molte altre classifiche, alcune piuttosto curiose e dai risultati inattesi. Abbiamo raccolto i film primi in 18 di quelle classifiche (dove non è specificato che i dati si riferiscono a tutto il mondo li si deve considerare relativi al mercato cinematografico del Nordamerica, il più grande e rilevante del mondo). Si deve poi tenere conto di un fatto: i prezzi dei biglietti sono cambiati – aumentando – nel corso degli anni e i film in 3D (ce ne sono alcuni) portano più incassi perché chiedono più soldi ad ogni spettatore.