giovedì 29 giugno 2017

Il tema dello "Ius Soli": un sintetico approfondimento

Da Aleteia.it

Che cos’è lo Ius Soli e come funziona la legge in discussione al Senato
Una sintetica spiegazione per farsi una idea su un tema di cui sentiremo parlare un bel po'

Lucandrea Massaro/Aleteia Italia
19 giu 2017

Il tema più caldo politicamente in questo momento è quello della legge in discussione al Senato circa le norme per facilitare l’estensione della cittadinanza italiana ai minori residenti o nati in Italia pur avendo genitori non italiani. La vicenda sui giornali è nota come “legge per lo Ius Soli”, ma non è esattamente così.

Di cosa stiamo parlando?

Lo Ius Soli esiste praticamente solo negli Stati Uniti, per cui ogni persona che nascesse sul suolo americano avrebbe immediatamente diritto alla cittadinanza, è una legge fortemente legata alla storia degli USA, una storia fatta di immigrazione, di espansione in un continente, a scapito della popolazione autoctona, i nativi americani. E’ uno dei motivi per cui ci sono cognomi di tutta Europa, compresi molti italiani che nei decenni hanno scalato i vertici della società americana.
Tuttavia quello al Senato non è uno “ius soli” al 100% è il cosiddetto “ius soli temperato” accompagnato dallo “ius culturae”. Il Post spiega efficacemente le modifiche alla normativa del 1992:
Lo ius soli “temperato” presente nella legge presentata al Senato prevede invece che un bambino nato in Italia diventi automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trova legalmente in Italia da almeno 5 anni. Se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proviene dall’Unione Europea, deve aderire ad altri tre parametri:
– deve avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale;
– deve disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge;
– deve superare un test di conoscenza della lingua italiana.

L’altra strada per ottenere la cittadinanza è quella del cosiddetto ius culturae, e passa attraverso il sistema scolastico italiano. Potranno chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). I ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni potranno ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.
Secondo i calcoli della Fondazione Leone Moressa su dati ISTAT, al momento i minori nati in Italia da madri straniere dal 1999 a oggi sono 634.592 (assumendo che nessuno di loro abbia lasciato l’Italia). Per quanto riguarda lo ius culturae, sono invece 166.008 i ragazzi stranieri che hanno completato almeno cinque anni di scuola in Italia, non tenendo conto degli iscritti all’ultimo anno di scuole superiori perché maggiorenni.

In Europa come funziona la cittadinanza?

Fatto salvo gli USA, che sono l’estremo opposto dello “ius sanguinis” (cioè si è di una nazione solo per eredità da uno o entrambi i genitori), il resto d’Europa ha diverse sfumature. Cerchiamo di capire.
In Germania, dal 2000 sono tedeschi anche i figli di stranieri nati in Germania, purché almeno uno dei due genitori abbia il permesso di soggiorno permanente da almeno 3 anni e viva legalmente nel Paese da almeno otto. Entro 5 anni dopo la maggiore età, poi, devono decidere se mantenere la nazionalità tedesca o quella del Paese d’origine dei genitori. Sky fa una breve carrellata:
Irlanda
Esiste lo ius sanguinis. Ma se uno dei due genitori risiede regolarmente nel Paese da almeno tre anni prima della nascita del figlio, allora il minore ottiene la cittadinanza.
Gran Bretagna
Il bambino che nasce su territorio britannico è automaticamente cittadino del Regno Unito se anche solo un genitore ha la cittadinanza britannica o è legalmente residente nel Paese a certe condizioni (si deve possedere l’Indefinite leave to remain, Ilr, oppure il Right of Abode).
Francia
A Parigi vige una sorta di doppio ius soli. Un bambino nato in Francia da genitori stranieri nati in Francia può diventare cittadino più facilmente. La cittadinanza, altrimenti, può essere acquisita dai 18 anni (ma ci sono delle condizioni).
Spagna
Anche qui, versione morbida dello ius sanguinis. Diventa cittadino spagnolo chi nasce da padre o madre spagnola oppure chi nasce nel Paese da genitori stranieri di cui almeno uno nato in Spagna.
Belgio
La cittadinanza si ottiene automaticamente se si è nati sul territorio nazionale, ma quando si compiono 18 anni oppure 12 se i genitori sono residenti da almeno dieci anni.
Come si vede non esiste un unico modo di attribuire la cittadinanza a chi non è figlio di cittadini e nel caso degli stranieri, il permesso di soggiorno permanente o quello temporaneo ma attribuito per lunghi periodi fanno da “garante” e permettono l’inserimento del minore come cittadino. In molti casi tuttavia permane il vincolo della maggiore età e per quanto riguarda la Germania l’esclusività della cittadinanza.

Chi è d’accordo e perché?

La legge attuale è considerata carente, lega i diritti del minore alla possibilità di permanenza del genitore, e lo priva della tutela della cittadinanza fino ai 18 anni. 
Monsignor Guerino Di Tora presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione episcopale Cei per le migrazioni dice ad Avvenire, dopo la bagarre al Senato dove l’opposizione della Lega è stata energica fino a venire alle mani, “Non dobbiamo dimenticare che la nuova cittadinanza sarebbe un plus valore per questi ragazzi che si stanno integrando e che hanno voluto prendere le caratteristiche dell’Italia, dove non si creano ghetti o banlieu come avviene invece in altri Paesi”. Monsignor Di Tora sostiene inoltre che legare questi nuovi italiani al paese anche con una cornice giuridica, aiuterà la loro piena integrazione in Italia, prevenendo – assieme all’assenza di ghetti – da eventuali rischi eversivi. Un punto di vista condiviso dal Ministro dell’Interno, Marco Minniti: «Su questo tema dello ius soli si gioca un tema cruciale. Si gioca la partita dell’immigrazione. C’è chi dice immigrazione è uguale a terrorismo, ma è un’equazione che è sbagliata. C’è invece un rapporto tra terrorismo e integrazione. Un paese ben integrato è un paese più sicuro» (Il Messaggero).
«Il Vaticano non si è ancora espresso, rispettiamo la decisione del Parlamento italiano, ma è chiaro che vorremmo che si riconoscesse la dignità delle persone che arrivano nel nostro Paese». Ad affermarlo è l’arcivescovo Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato della Santa Sede, parlando dello ius soli temperato a margine della presentazione di un libro su Papa Francesco. Monsignor Becciu auspicato che «a chi nasce qui in Italia venga riconosciuta la cittadinanza. È chiaro che come dice anche il segretario della Cei, monsignor Nunzio Galantino – aggiunge – come Chiesa noi siamo vicino a chi è nella necessità, nella debolezza e a chi ha bisogno di essere protetto» (Avvenire)
Per la Comunità di Sant’Egidio: «Occorre guardare al futuro con fiducia e non chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Qui non si tratta di decidere l’ingresso di nuove persone sul nostro territorio ma di riconoscere e dare dignità a chi lo abita da anni: minori già presenti in Italia perché vi sono nati e hanno frequentato le nostre scuole insieme ai figli degli italiani. Quindi uno “Ius culturae” che certifica e alimenta l’integrazione per migliaia di minori che si sentono già, a tutti gli effetti, nostri connazionali».

Chi è in disaccordo invece?

Soprattutto la Lega Nord e Casa Pound, che il giorno della presentazione al Senato ha organizzato una manifestazione di piazza, ma non solo. Su Il Giornale si sostiene ad esempio che questa condizione di difficoltà di accesso alla cittadinanza semplicemente non esiste: “Nel 2016 quasi 200mila stranieri hanno ottenuto la cittadinanza italiana senza ius soli e il ritmo cresce di anno in anno”. Una tesi molto simile a quella del professor Gian Carlo Blangiardo, ordinario per la facoltà di Statistica all’Università degli Studi di Milano, al blog di Matteo Salvini, “Il Populista:
“L’Italia è prima in Europa per numero di cittadinanze concesse – spiega Blangiardo – secondi solo alla Francia per quanto riguarda le concessioni ai minori. Questo significa che l’impianto legislativo funziona e l’idea di modificare qualcosa che funziona mi sembra quanto meno singolare”. Nel dibattito viene spesso inserito anche l’elemento “strappalacrime”, ovvero i poveri bambini stranieri deprivati della cittadinanza. Ma non è assolutamente vero, nonostante la tesi venga sostenuta da importanti quotidiani italiani.
“Le leggi vigenti – chiarisce il professore – permettono l’acquisizione automatica della cittadinanza italiana ai figli minori di coloro che diventano italiani. Nel 2016 ci sono stati 70.000 minorenni diventati italiani senza attendere il compimento del diciottesimo anno di età. Quindi il problema non si pone”.
Anche perché, continua il professore, il tema dell’integrazione deve essere un percorso il cui culmine è la cittadinanza. Anche l’argomento demografico sarebbe debole:
“Il problema della natalità non si risolve attraverso gli immigrati – afferma Blangiardo – Semplicemente perché le coppie straniere, incontrando i medesimi problemi delle coppie italiane (forse anche di più), tendono a fare sempre meno figli. Pertanto chi indica nell’immigrazione la strada per risolvere il problema della natalità, in qualche modo lo fa per imbrogliare le carte”.
Anche il Movimento 5 Stelle si è detto – di fatto – contrario, anche se al Senato si asterrà invece di votare no (ma l’effetto per i regolamenti del Senato è il medesimo, l’astensione conta come no). Sul blog di Beppe Grillo(che ha impedito che i senatori 5 Stelle prendessero autonomamente una posizione), il Movimento scrive:
“Discutere di Ius Soli oggi avrà come unica conseguenza che il dibattito pubblico, su un tema così delicato, sarà deviato ed inquinato da becere derive propagandistiche, sia di destra che di sinistra, sventolato come un vessillo per radunare le proprie truppe e accusare gli avversari con motivazioni contrapposte, ma per nulla meditate e razionali”

domenica 23 aprile 2017

L'istruzione del futuro, oggi...



Il più grande polo innovativo d'Europa si chiama H-International school e il capo di Apple la considera un modello. 
Ecco il campus che guarda al futuro, dove si va in gita in Egitto con un visore e anche la frittata serve a studiare la legge di gravità

di Gloria Riva, 19 apr 2017

Corre l’anno 2040, nelle fabbriche i robot hanno sostituito le tute blu e l’auto a guida automatica ha sconfitto i tassisti. Il test di medicina è preistoria da quando il chirurgo è stato soppiantato da un automa, meno empatico ma affidabile. E il Nobel per la Letteratura è andato a un super calcolatore. Nei tribunali c’è la toga robotica, che spezza i cuori delle madri e i loro sogni sul figlio avvocato.
Del resto il 65 per cento dei bambini seduti ai banchi di una scuola elementare da grande farà un lavoro oggi inesistente, dice un’indagine del World Economic Forum. 
È retorico chiedersi se la scuola - italiana e non - sia pronta a equipaggiare gli studenti di strumenti e conoscenze adatti ad affrontare questo futuro.

La risposta è no, con qualche eccezione. 
Una di queste eccezioni si trova in Italia: H-International School sta all’interno di H-Farm, acceleratore di startup di Roncade (Treviso) fondato da Riccardo Donadon
Perché proprio questo istituto? Perché Tim Cook, numero uno di Apple, l’ha inserito fra le cento scuole più innovative e perché è stata pensata da Donadon, cinquantenne, trevigiano dalla vista lunga. Ha creato il primo e più grande acceleratore d’impresa d’Europa, H-Farm appunto, battendo sul tempo la nascita di Y Combinator, l’acceleratore della Silicon Valley.
Se anche stavolta sarà stato in grado di anticipare le tendenze, allora il futuro sarà tutto rivolto alla rivoluzione scolastica. 
Quindi eccola, la scuola del futuro. Quindici bambini di nove anni stanno riuniti sul terrazzo. Trafficano con delle uova infagottate in ingegnosi paracadute costruiti da loro. Con la sacralità del lancio di uno shuttle, ogni team proietta l’uovo dal balcone, sperano prenda il volo. Il più delle volte si schianta al suolo, ma va bene così. La frittata serve a studiare fisica, la legge di gravità. «Si sperimenta, si impara ad avere il coraggio di sbagliare, si migliora per tentativi ed errori. Si scopre il margine del rischio», spiega un professore made in Inghilterra. 
Già, perché dall’infanzia all’università qui si parla solo inglese, per il semplice motivo che nel futuro chi non saprà capire, parlare, leggere e scrivere in inglese sarà totalmente disconnesso. I corsi sono partiti due anni fa e oggi ci sono 290 alunni, dai 3 ai 17 anni.

La previsione è accoglierne 800 nel 2019, più altri 220 universitari di Digital Management (corso realizzato in partnership con l’università di Venezia Cà Foscari) già dal prossimo anno, quando il nuovo Campus H-Farm verrà inaugurato. 
Sarà il più grande polo innovativo d’Europa: accoglierà 3 mila ricercatori, professori, startupper, studenti, manager e imprenditori su un’area di 51 ettari, di cui metà destinata a parco, il resto a cubatura zero, cioè a basso impatto ambientale. L’investimento è di 101 milioni di euro, in parte finanziato da Cattolica Assicurazione e Cassa depositi e prestiti, società del Tesoro che gestisce il risparmio postale degli italiani. 
L’obiettivo è avvicinare i giovani al mondo dei nuovi lavori, al digitale, alla tecnologia, per prepararli alle sfide del futuro: «Mostriamo ai ragazzi i dettagli dell’auto a guida autonoma e loro approfondiscono le ricadute di questa innovazione sull’esigenza di riqualificare gli spazi urbani e pensano a nuove opportunità di lavoro che derivino da questa rivoluzione», continua il professore. Il modello di apprendimento è ribaltato. «Si insiste sulle competenze e non sulle conoscenze», spiega Carlo Carraro, ex rettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, attuale capo di H-Farm Education, che racconta come questo modello risponda al deficit di concentrazione dei ragazzi e alla loro costante esigenza di stimoli.
«La storia non viene spiegata in modo cronologico, ma per concetti. In classe è appena terminato un focus sul totalitarismo. Hanno studiato le maggiori e più feroci dittature, cercato gli elementi comuni, imparato a riconoscerle attraverso la realtà virtuale e visitato i luoghi della tirannia. Probabilmente apprendono meno nozioni rispetto alla scuola tradizionale, ma sanno quali pericoli corre la democrazia», spiega Carraro. Le classi prendono il nome della materia - Economics, Mathematics, Italiano, Sciences - e gli studenti si spostano da una all’altra.


La prima cosa che balza all’occhio è l’assenza della cattedra: «Il modello tradizionale è finito, la cattedra non ha più quel valore. Il docente diventa un coach e il lavoro non è più ascolto passivo, ma attiva produzione di conoscenza, elaborazione di contenuti» continua Carraro.  Ogni classe ha un maxi schermo, i banchi hanno rotelle per la rapida e silenziosa creazione di gruppi di lavoro, i cavi di alimentazione per i computer sono a disposizione. Non si vede, ma c’è una connessione wifi sempre accesa e accessibile a tutti, perché qui è saltato anche il diktat del “non copiare”. «Non è un disvalore e non presuppone che una persona non abbia capito il procedimento. Copiare è imparare un processo e poi cambiarlo», dice un professore mentre ci mostra dei bambini usare Sketch, un sistema di programmazione grafica: schiacciano il tasto copy per poi modificare il disegno originario. «Possono farlo perché conoscono la struttura di ciò che hanno copiato».

Nello stesso momento, alcuni ragazzini scattano foto al cielo con un iPad: «Lo fanno per dieci giorni di fila. Poi confrontano le immagini per scoprire che il cielo non è azzurro e saranno loro a dover scoprire il perché», dice il docente.
In un’altra classe indossano un visore - che in molti casi ha sostituito il libro di testo – e sono virtualmente in gita alle piramidi d’Egitto. La scuola di H-Farm è la prima in Italia a usare il software per la didattica Apple, presentato lo scorso autunno. «Il prossimo 19 maggio il team di Apple sarà qui per mostrare il software al mercato italiano», annuncia Carraro e racconta che anche Microsoft ha investito parecchio su un software analogo. Entrambi i big della tecnologia hanno compreso che la scuola è un enorme business, una prateria inesplorata del valore di milioni di dollari.


Quella di Treviso è meta di pellegrinaggio per insegnanti e presidi di istituti tradizionali in cerca di un nuovo modello di formazione. Ed è stato siglato un protocollo d’intesa con il Miur, il ministero dell’Istruzione, per formare i docenti del futuro, sul modello sperimentale H-Farm. Altra novità: ai ragazzi non viene tolto lo smartphone una volta entrati in classe, ma sono invitati a scoprirne le potenzialità, al di là di WhatsApp e Facebook. Un esempio? Imparano a usare lo smartphone per fare un cortometraggio e, parallelamente, apprendono la struttura della recitazione, lo studio dei costumi, lo storyboard, la scenografia, la trama, tutte cose che al liceo si acquisivano studiando Goldoni. Internet diventa una biblioteca per realizzare una ricerca su Pasolini e si impara a valutare l’affidabilità della fonte. Google drive è usato per condividere con i compagni le informazioni raccolte.
E se fino alle medie si punta alla creazione di solide competenze, alle superiori si entra nel dettaglio. Quaranta ore settimanali, quattro materie principali - matematica e scienze, storia, lingue e letterature, progettazione - le altre a scelta fra economia, computer, musica, educazione fisica, una terza lingua.

Il ciclo dura quattro anziché cinque anni, equivale al diploma di maturità e all’International Baccalaureate Diploma, che consente l’accesso alle università più prestigiose, come Princeton, Columbia, Stanford. A fine corso gli studenti dovrebbero avere un livello di competenze scientifiche paragonabile al secondo anno di ingegneria. Niente lezioni di latino e greco, sostituite dalla programmazione, il coding, perché ricalca la capacità di pensiero computazionale tipica dello studio delle lingue morte: si parte da un problema, lo si spacchetta nei suoi elementi base, lo si rende modulabile e si applica una formula nota per risolverlo. Il contatto con le startup di H-Farm è quotidiano, da loro imparano a progettare un’idea imprenditoriale, che potrebbe essere anche finanziata da H-Farm. I compiti in classe sono una rarità e i metodi di valutazione sono simili a quelli di un talent: «Non conta quanto uno sa, ma quello che sa fare e nel biennio finale portiamo all’eccesso questa capacità», conclude Carraro. Tutto un altro mondo, non fosse per quell’inconfondibile trillo della campanella che suona ad ogni ora, acuto e prolungato anche qui, uguale a quello di tutte le scuole d’Italia. Un déjà vu di emozioni, prime esperienze, errori, sconfitte, intuizioni, vittorie, pianti e risate di una complicata vita da studente.














sabato 1 aprile 2017

Un opera artistica... particolare





di Redazione Darlin, 24 nov 2016


Non ne sappiamo molto di questa opera d’arte intitolata Underwater Flatulence in 120 Fps.    Soltanto che l’autore si chiama Micky Zilbershtein e propone questo video come teaser di un progetto artistico ben più ambizioso che parlerà di liberazione e censura.

Aspettiamo con ansia il resto dell’opera.



lunedì 27 marzo 2017

Un illustre pensiero controcorrente sull'Europa Unita...

Da Dagospia.com

COLPI DI MAGLI (IDA) SULL’UE:
  • IL TRATTATO DI MAASTRICHT SEMBRA SCRITTO DAGLI ALIENI
  • LA TEORIA DELL’ANTROPOLOGA SCOMPARSA NEL 2016: "I GOVERNI HANNO SACRIFICATO LA LIBERTA’ DEI POPOLI SULL’ALTARE DEI VINCOLI DI BILANCIO"
  • "LA FRODE DELLA DEMOCRATICISSIMA COSTITUZIONE ITALIANA CHE VIETA IL PARERE DEI CITTADINI NEI DUE UNICI VERI CAMPI DI ESERCIZIO DEL POTERE: IL SISTEMA FISCALE E IL RAPPORTO CON L' ESTERO"
Estratti del libro di Ida Magli “La dittatura europea” pubblicati da La Verità

Ida Magli
Mi sono battuta con tutte le mie forze affinché qualcuno impedisse l' omicidio-suicidio di una delle civiltà più belle che l' umanità abbia prodotto senza riuscirvi. Ma quello che mi angosciava maggiormente era l' impossibilità di capire perché questo destino di morte sembrasse a tutti, salvo che a me, un evento ineluttabile, al quale era giusto adeguarsi sforzandosi di collaborarvi.

Maastricht era stato firmato nel 1992. Un Trattato il cui testo sembra scritto da esseri alieni i quali, in base ai loro concretissimi interessi di denaro e solo denaro, impongono a popoli altamente civili, con la sicurezza dittatoriale di chi non sa quello che dice e quello che fa, di centrare la propria vita, il proprio futuro, sulle regole del «mercato», assurto a infallibile divinità.

O meglio, sulla libertà di un mercato che, unico personaggio nel teatro di Maastricht, non soltanto non ha bisogno di regole, ma addirittura garantisce il suo più giusto funzionamento esclusivamente se gode di un' assoluta libertà. La sua libertà, perciò, al di sopra di quella degli uomini, contro quella degli uomini, è la nostra prigione. Le «virtù» degli adepti del nuovo Dio si misurano nelle cifre dei loro bilanci, in un Pentalogo, chiamato «Parametri» (o criteri di convergenza), che fissa quali debbano essere e mantenersi per sempre i rapporti fra i cinque dati nei quali è racchiusa la vita dell' umanità. Li riporto qui nella convinzione che la grandissima maggioranza degli Italiani e degli altri milioni di cittadini europei obbligati ad attenervisi, non li conosca affatto; e non li conosca perché nessuno ha voluto farglieli conoscere.

Il giogo
1) l' inflazione non deve superare di più dell' 1,5 per cento quella dei tre Stati più «virtuosi»;

2) il tasso d' interesse a lungo termine non può essere più di due punti sopra la media dei tre Stati suddetti;

3) negli ultimi due anni bisogna aver rispettato i margini di fluttuazione dei cambi all' interno del sistema monetario europeo e non aver mai svalutato la propria moneta rispetto a quella degli altri Paesi membri;

4) il deficit annuale delle amministrazioni pubbliche non può eccedere il 3 per cento del Pil;

5) il debito pubblico complessivo non può essere superiore al 60 per cento del Pil.

Il «per sempre» di Maastricht, messo a sigillo di un Trattato fra Stati, cosa mai avvenuta prima perché la saggezza delle diplomazie è stata sempre solita lasciare uno spiraglio ai cambiamenti, dobbiamo tenerlo ben fisso nella memoria perché lo ritroveremo continuamente nel nostro itinerario. L' edificazione dell' Unione Europea e in prospettiva di tutto il mondo, non conosce il divenire della storia, non prevede necessità di cambiamenti perché si fonda sulla certezza che non possa esistere nulla di più perfetto. Era caduto purtroppo nella trappola di un' assoluta sicurezza ante litteram perfino un uomo dall' intelligenza geniale come Immanuel Kant, laddove il suo Progetto filosofico per la pace perpetua («perpetua» appunto) è fondato, come vedremo, su un fattore indispensabile, o meglio un fattore che Kant afferma essere indispensabile: il governo repubblicano, la democrazia.

Ma, più che questo difetto particolare, ciò che spaventa nell' opera di Kant è l' abdicazione - da parte di uno dei maggiori filosofi dell' Occidente, il filosofo illuminista per eccellenza - al principio scientifico del «dubbio» che è preposto a ogni forma di conoscenza; l' aver dimenticato che una «ipotesi» è per definizione sempre suscettibile di una diversa e maggiore approssimazione alla verità. È scaturita da questa certezza una forma di «sacralità» della democrazia che ha portato, come sempre quando il potere viene trasferito nell' ambito del Sacro, alle spaventose «certezze» del comunismo sovietico, uno dei migliori esempi di «dittatura democratica»; ma anche a forme di sacralizzazione del potere dei banchieri nell' Ue e a processi di paralisi e di involuzione parlamentare in quasi tutti i Paesi a governo democratico, dovuti proprio alla grottesca assolutizzazione «magica» della democraticità.

Frode costituzionale
Ne troviamo innumerevoli esempi anche a casa nostra.
Uno dei più evidenti consiste nell' ossequio al testo della Costituzione, come se non fosse stato scritto da comuni mortali, per giunta accecati dalle ideologie imperanti alla fine della guerra: il marxismo e l' europeismo.

La bandiera di Marx sventola infatti nella ridicola solennità dell' affermazione che «L' Italia è una Repubblica fondata sul lavoro», come se il lavoro fosse una divinità a sé stante, e non fossero gli uomini a lavorare. La frode europeista invece è nascosta in quell' articolo 11 che recita: «L' Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Come sia stato possibile far scaturire da questo articolo l' eliminazione della proprietà del territorio della Nazione (Schengen), la perdita della sovranità monetaria e della moneta, l' obbligo di una nuova cittadinanza, di una nuova bandiera, di una nuova Costituzione, nessuno potrà mai spiegarlo.
A questa evidente frode è stata aggiunta, poi, un' altra consapevole volontà fraudolenta: aver inserito l' unificazione europea nella politica estera, di cui fa parte l' articolo 11, affinché gli italiani fossero costretti a subire la perdita dell' indipendenza senza poter esprimere il proprio parere. La democraticissima Costituzione italiana, infatti, vieta il parere dei cittadini nei due unici veri campi di esercizio del potere: il sistema fiscale e il rapporto con l' estero. Ma capiremo meglio questo punto verso la fine della nostra ricerca, quando scopriremo che l' unificazione europea è stata voluta soprattutto dai «banchieri» e che l' articolo 11 è stato suggerito da un «banchiere», governatore della Banca d' Italia e membro dell' Assemblea Costituente, Luigi Einaudi, premiato poi con la prima presidenza della Repubblica italiana.

Un altro esempio ancora più grottesco si trova nel sistema di «scelta» dei parlamentari: non devono saper fare nulla dato che, una volta eletti, sanno fare tutto. Calciatori, canzonettiste, modelle, casalinghe, mogli di, amanti di, vedove di, figli di, giornalisti, conduttori televisivi il panorama delle competenze di coloro che ci governano sembra quello del mondo alla rovescia. Ma è stata questa generalizzata incompetenza dei politici che ha permesso, o almeno ha reso più facile, a banchieri, economisti, esperti finanziari, di impadronirsi delle vere funzioni di governo, imponendone le regole a tutti.

Delega in bianco

Maastricht nasce anche per questa totale delega da parte dei politici ai tecnici dell' economia, di ogni responsabilità nei confronti dei Popoli.
Come noteremo più volte lungo il nostro itinerario, l' Unione Europea rispecchia a ogni passo della sua costruzione questo «peccato originale»: mancano i popoli. E mancano perché chi gioca in Borsa, chi si occupa soltanto di denaro, e del modo di accrescerlo, neppure si ricorda che esistono gli uomini, anzi gli sarebbe d' impaccio ricordarlo. Il Trattato di Maastricht lo rivela continuamente. È per questo, perché è privo di qualsiasi riflesso d' umanità, che nessuno ha avuto il desiderio o la forza di leggerlo.

Ma purtroppo questa è stata la sua fortuna: è andato avanti senza ostacoli perché, non avendolo letto, nessuno ha avuto neanche la voglia, la competenza per contestarlo.

o, però, l' ho letto. La prima parte della mia battaglia contro l' unificazione europea è nata dall' orrore che ha suscitato in me; dalla constatazione che coloro che l' avevano pensato e sottoscritto erano dei despoti assoluti, quali ancora non erano mai apparsi nella storia, proprio perché non avevano alcun bisogno di riferirsi agli uomini per dettare il proprio disegno e le regole per realizzarlo. Non ne avevano bisogno al punto tale che le loro armi consistevano in multe in denaro per chi avesse disobbedito.

Distruzione dei valori
Tutto il resto non aveva né senso né valore: la patria, la lingua, la musica, la poesia, la religione, le emozioni, gli affetti, tutto quello che riguarda gli uomini in quanto uomini, che dà espressione e significato al loro vivere in un determinato luogo, in un determinato gruppo, al loro contemplare un determinato paesaggio, al loro amare, soffrire, godere, creare, veniva ignorato. Era mostruoso. Non potevo tacere.

Dopo aver fatto tutti i tentativi che mi erano possibili per convincere qualcuno fra i giornalisti, i politici, i colleghi d' università, gli industriali, i medici che conoscevo, a organizzare un movimento anti-Maastricht senza riuscirvi, ho deciso di scrivere un libro.

giovedì 16 marzo 2017

Una lezione di storia delle religioni (e non solo)



Riproponiamo il discorso che Benedetto XVI fece il 12 settembre 2006 nell'Aula magna dell'Università di Regensburg, in cui l'allora Pontefice parlò anche dell'islam e della jihad

della Redazione de Il Foglio, 15 nov 2015

Riproponiamo il discorso che Benedetto XVI fece il 12 settembre 2006 nell'Aula magna dell'Università di Regensburg in cui l'allora Pontefice parlò anche dell'islam e della jihad.



Eminenze, Magnificenze, Eccellenze,
Illustri Signori, gentili Signore!

È per me un momento emozionante trovarmi ancora una volta nell'università e una volta ancora poter tenere una lezione. I miei pensieri, contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui, dopo un bel periodo presso l'Istituto superiore di Freising, iniziai la mia attività di insegnante accademico all'università di Bonn. 
Era – nel 1959 – ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari. Per le singole cattedre non esistevano né assistenti né dattilografi, ma in compenso c'era un contatto molto diretto con gli studenti e soprattutto anche tra i professori. 
Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle stanze dei docenti. I contatti con gli storici, i filosofi, i filologi e naturalmente anche tra le due facoltà teologiche erano molto stretti. Una volta in ogni semestre c'era un cosiddetto dies academicus, in cui professori di tutte le facoltà si presentavano davanti agli studenti dell'intera università, rendendo così possibile un’esperienza di universitas – una cosa a cui anche Lei, Magnifico Rettore, ha accennato poco fa – l’esperienza, cioè del fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell'unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo fatto diventava esperienza viva. 
L'università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch'esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del "tutto" dell'universitas scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c'era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. 
Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell'insieme dell'università, era una convinzione indiscussa.

Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue.[1] 
Fu poi presumibilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli del suo interlocutore persiano.[2] 
Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le – come si diceva – tre "Leggi" o tre "ordini di vita": Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano. Di ciò non intendo parlare ora in questa lezione; vorrei toccare solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura dell’intero dialogo – che, nel contesto del tema "fede e ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.

Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihād, della guerra santa. 
Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. 
Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. 
Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava".[3] 
L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. 
"Dio non si compiace del sangue - egli dice -, non agire secondo ragione, „σὺν λόγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…"[4]

L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio.[5] 
L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza.[6] 
In questo contesto Khoury cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria.[7]

A questo punto si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. 
La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? 
Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. 
Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, il primo versetto dell’intera Sacra Scrittura, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: "In principio era il λόγος". 
È questa proprio la stessa parola che usa l'imperatore: Dio agisce „σὺν λόγω”, con logos. 
Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l'evangelista. 
L'incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell'Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: "Passa in Macedonia e aiutaci!" (cfr At 16,6-10) – questa visione può essere interpretata come una "condensazione" della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l'interrogarsi greco.

In realtà, questo avvicinamento ormai era avviato da molto tempo. 
Già il nome misterioso di Dio dal roveto ardente, che distacca questo Dio dall'insieme delle divinità con molteplici nomi affermando soltanto il suo "Io sono", il suo essere, è, nei confronti del mito, una contestazione con la quale sta in intima analogia il tentativo di Socrate di vincere e superare il mito stesso.[8] 
Il processo iniziato presso il roveto raggiunge, all'interno dell'Antico Testamento, una nuova maturità durante l'esilio, dove il Dio d'Israele, ora privo della Terra e del culto, si annuncia come il Dio del cielo e della terra, presentandosi con una semplice formula che prolunga la parola del roveto: "Io sono". Con questa nuova conoscenza di Dio va di pari passo una specie di illuminismo, che si esprime in modo drastico nella derisione delle divinità che sarebbero soltanto opera delle mani dell'uomo (cfr Sal 115). Così, nonostante tutta la durezza del disaccordo con i sovrani ellenistici, che volevano ottenere con la forza l'adeguamento allo stile di vita greco e al loro culto idolatrico, la fede biblica, durante l'epoca ellenistica, andava interiormente incontro alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un contatto vicendevole che si è poi realizzato specialmente nella tarda letteratura sapienziale. Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell'Antico Testamento, realizzata in Alessandria – la "Settanta" –, è più di una semplice (da valutare forse in modo addirittura poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo.[9] 
Nel profondo, vi si tratta dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall'intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire "con il logos" è contrario alla natura di Dio.

Per onestà bisogna annotare a questo punto che, nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano. In contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista iniziò con Duns Scoto una impostazione volontaristica, la quale alla fine, nei suoi successivi sviluppi, portò all'affermazione che noi di Dio conosceremmo soltanto la voluntas ordinata. Al di là di essa esisterebbe la libertà di Dio, in virtù della quale Egli avrebbe potuto creare e fare anche il contrario di tutto ciò che effettivamente ha fatto. Qui si profilano delle posizioni che, senz'altro, possono avvicinarsi a quelle di Ibn Hazm e potrebbero portare fino all'immagine di un Dio-Arbitrio, che non è legato neanche alla verità e al bene. 
La trascendenza e la diversità di Dio vengono accentuate in modo così esagerato, che anche la nostra ragione, il nostro senso del vero e del bene non sono più un vero specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono per noi eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le sue decisioni effettive. In contrasto con ciò, la fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui – come dice il Concilio Lateranense IV nel 1215 –certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l'analogia e il suo linguaggio. Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore. Certo, l'amore, come dice Paolo, "sorpassa" la conoscenza ed è per questo capace di percepire più del semplice pensiero (cfr Ef 3,19), tuttavia esso rimane l'amore del Dio-Logos, per cui il culto cristiano è, come dice ancora Paolo „λογικη λατρεία“ – un culto che concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione (cfr Rm 12,1).[10]

Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l'interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale – un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell'Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l'Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa.

Alla tesi che il patrimonio greco, criticamente purificato, sia una parte integrante della fede cristiana, si oppone la richiesta della deellenizzazione del cristianesimo – una richiesta che dall'inizio dell'età moderna domina in modo crescente la ricerca teologica. Visto più da vicino, si possono osservare tre onde nel programma della deellenizzazione: pur collegate tra di loro, esse tuttavia nelle loro motivazioni e nei loro obiettivi sono chiaramente distinte l'una dall'altra.[11]

La deellenizzazione emerge dapprima in connessione con i postulati della Riforma del XVI secolo. Considerando la tradizione delle scuole teologiche, i riformatori si vedevano di fronte ad una sistematizzazione della fede condizionata totalmente dalla filosofia, di fronte cioè ad una determinazione della fede dall'esterno in forza di un modo di pensare che non derivava da essa. Così la fede non appariva più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura di un sistema filosofico. Il sola Scriptura invece cerca la pura forma primordiale della fede, come essa è presente originariamente nella Parola biblica. La metafisica appare come un presupposto derivante da altra fonte, da cui occorre liberare la fede per farla tornare ad essere totalmente se stessa. Con la sua affermazione di aver dovuto accantonare il pensare per far spazio alla fede, Kant ha agito in base a questo programma con una radicalità imprevedibile per i riformatori. Con ciò egli ha ancorato la fede esclusivamente alla ragione pratica, negandole l'accesso al tutto della realtà.

La teologia liberale del XIX e del XX secolo apportò una seconda onda nel programma della deellenizzazione: di essa rappresentante eminente è Adolf von Harnack. 
Durante il tempo dei miei studi, come nei primi anni della mia attività accademica, questo programma era fortemente operante anche nella teologia cattolica. Come punto di partenza era utilizzata la distinzione di Pascal tra il Dio dei filosofi ed il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Nella mia prolusione a Bonn, nel 1959, ho cercato di affrontare questo argomento[12] e non intendo riprendere qui tutto il discorso. Vorrei però tentare di mettere in luce almeno brevemente la novità che caratterizzava questa seconda onda di deellenizzazione rispetto alla prima. Come pensiero centrale appare, in Harnack, il ritorno al semplice uomo Gesù e al suo messaggio semplice, che verrebbe prima di tutte le teologizzazioni e, appunto, anche prima delle ellenizzazioni: sarebbe questo messaggio semplice che costituirebbe il vero culmine dello sviluppo religioso dell'umanità. Gesù avrebbe dato un addio al culto in favore della morale. In definitiva, Egli viene rappresentato come padre di un messaggio morale umanitario. 
Lo scopo di Harnack è in fondo di riportare il cristianesimo in armonia con la ragione moderna, liberandolo, appunto, da elementi apparentemente filosofici e teologici, come per esempio la fede nella divinità di Cristo e nella trinità di Dio. In questo senso, l'esegesi storico-critica del Nuovo Testamento, nella sua visione, sistema nuovamente la teologia nel cosmo dell'università: teologia, per Harnack, è qualcosa di essenzialmente storico e quindi di strettamente scientifico. Ciò che essa indaga su Gesù mediante la critica è, per così dire, espressione della ragione pratica e di conseguenza anche sostenibile nell'insieme dell'università. 
Nel sottofondo c'è l'autolimitazione moderna della ragione, espressa in modo classico nelle "critiche" di Kant, nel frattempo però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze naturali. Questo concetto moderno della ragione si basa, per dirla in breve, su una sintesi tra platonismo (cartesianismo) ed empirismo, che il successo tecnico ha confermato. Da una parte si presuppone la struttura matematica della materia, la sua per così dire razionalità intrinseca, che rende possibile comprenderla ed usarla nella sua efficacia operativa: questo presupposto di fondo è, per così dire, l'elemento platonico nel concetto moderno della natura. Dall'altra parte, si tratta della utilizzabilità funzionale della natura per i nostri scopi, dove solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante l'esperimento fornisce la certezza decisiva. Il peso tra i due poli può, a seconda delle circostanze, stare più dall'una o più dall'altra parte. Un pensatore così strettamente positivista come J. Monod si è dichiarato convinto platonico.

Questo comporta due orientamenti fondamentali decisivi per la nostra questione. Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. 
Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. E così anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia, cercavano di avvicinarsi a questo canone della scientificità. Importante per le nostre riflessioni, comunque, è ancora il fatto che il metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o pre-scientifico. Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione.

Tornerò ancora su questo argomento. Per il momento basta tener presente che, in un tentativo alla luce di questa prospettiva di conservare alla teologia il carattere di disciplina "scientifica", del cristianesimo resterebbe solo un misero frammento. Ma dobbiamo dire di più: se la scienza nel suo insieme è soltanto questo, allora è l'uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. 
Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del "da dove" e del "verso dove", gli interrogativi della religione e dell'ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla "scienza" intesa in questo modo e devono essere spostati nell'ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la "coscienza" soggettiva diventa in definitiva l'unica istanza etica. In questo modo, però, l'ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell'ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione pericolosa per l'umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell'ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire un'etica partendo dalle regole dell'evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, è semplicemente insufficiente.

Prima di giungere alle conclusioni alle quali mira tutto questo ragionamento, devo accennare ancora brevemente alla terza onda della deellenizzazione che si diffonde attualmente. 
In considerazione dell’incontro con la molteplicità delle culture si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture. 
Queste dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente sbagliata; è tuttavia grossolana ed imprecisa. Il Nuovo Testamento, infatti, e stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco – un contatto che era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico Testamento. Certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura.

Con ciò giungo alla conclusione. Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. 
L’ethos della scientificità, del resto, è – Lei l’ha accennato, Magnifico Rettore – volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte delle decisioni essenziali dello spirito cristiano. 
Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. 
Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell'università e nel vasto dialogo delle scienze.

Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno. 
Nel mondo occidentale domina largamente l'opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall'universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell'ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l'intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. 
Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere. Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice: "Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell'irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull'essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell'essere e subirebbe un grande danno".[13] 
L'occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. "Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio", ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all'interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell'università.

§§§
Note

[1] Dei complessivamente 26 colloqui (διάλεξις– Khoury traduce: controversia) del dialogo („Entretien“), Th. Khoury ha pubblicato la 7 ma „controversia“ con delle note e un'ampia introduzione sull'origine del testo, sulla tradizione manoscritta e sulla struttura del dialogo, insieme con brevi riassunti delle „controversie“ non edite; al testo greco è unita una traduzione francese: Manuel II Paléologue, Entretiens avec un Musulman. 7 e Controverse. Sources chrétiennes n. 115, Parigi 1966. Nel frattempo, Karl Förstel ha pubblicato nel Corpus Islamico-Christianum (Series Graeca. Redazione A. Th. Khoury – R. Glei) un'edizione commentata greco-tedesca del testo: Manuel II. Palaiologus, Dialoge mit einem Muslim, 3 volumi, Würzburg – Altenberge 1993 – 1996. Già nel 1966, E. Trapp aveva pubblicato il testo greco con una introduzione come vol. II dei „Wiener byzantinische Studien“. Citerò in seguito secondo Khoury.
[2] Sull'origine e sulla redazione del dialogo cfr Khoury pp. 22-29; ampi commenti a questo riguardo anche nelle edizioni di Förstel e Trapp.
[3] Controversia VII 2c: Khoury, pp. 142-143; Förstel, vol. I, VII. Dialog 1.5, pp. 240-241. Questa citazione, nel mondo musulmano, è stata presa purtroppo come espressione della mia posizione personale, suscitando così una comprensibile indignazione. Spero che il lettore del mio testo possa capire immediatamente che questa frase non esprime la mia valutazione personale di fronte al Corano, verso il quale ho il rispetto che è dovuto al libro sacro di una grande religione. Citando il testo dell'imperatore Manuele II intendevo unicamente evidenziare il rapporto essenziale tra fede e ragione. In questo punto sono d'accordo con Manuele II, senza però far mia la sua polemica.
[4] Controversia VII 3b – c: Khoury, pp. 144-145; Förstel Bd. I, VII. Dialog 1.6 pp. 240-243.
[5] Solamente per questa affermazione ho citato il dialogo tra Manuele e il suo interlocutore persiano. È in quest'affermazione che emerge il tema delle mie successive riflessioni. 
[6]Cfr Khoury, op. cit., p. 144, nota 1.
[7]R. Arnaldez, Grammaire et théologie chez Ibn Hazm de Cordoue. Parigi 1956 p. 13; cfr Khoury p. 144. Il fatto che nella teologia del tardo Medioevo esistano posizioni paragonabili apparirà nell'ulteriore sviluppo del mio discorso.
[8] Per l'interpretazione ampiamente discussa dell'episodio del roveto ardente vorrei rimandare al mio libro "Einführung in das Christentum" (Monaco 1968), pp. 84-102. Penso che le mie affermazioni in quel libro, nonostante l'ulteriore sviluppo della discussione, restino tuttora valide.
[9]Cfr. A. Schenker, L’Écriture sainte subsiste en plusieurs formes canoniques simultanées, in: L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa. Atti del Simposio promosso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Città del Vaticano 2001, p. 178-186.
[10] Su questo argomento mi sono espresso più dettagliatamente nel mio libro "Der Geist der Liturgie. Eine Einführung", Friburgo 2000, pp. 38-42.
[11] Della vasta letteratura sul tema della deellenizzazione vorrei menzionare innanzitutto: A Grillmeier, Hellenisierung – Judaisierung des Christentums als Deuteprinzipien der Geschichte des kirchlichen Dogmas, in: Id., Mit ihm und in ihm. Christologische Forschungen und Perspektiven. Freiburg 1975 pp. 423-488.
[12] Nuovamente pubblicata e commentata da Heino Sonnemanns: Joseph Ratzinger – Benedikt XVI., Der Gott des Glaubens und der Gott der Philosophen. Ein Beitrag zum Problem der theologia naturalis. Johannes-Verlag Leutesdorf, 2. ergänzte Auflage 2005.
[13] 90 c-d. Per questo testo cfr anche R. Guardini, Der Tod des Sokrates. Mainz-Paderborn 1987 5, pp. 218-221.

mercoledì 22 febbraio 2017

L'invecchiamento della forza lavoro in Italia

Da Il Corriere della Sera

Occupazione: il lavoro che invecchia. L’età media in Italia sale a 44 anni

Dal 2008 l’occupazione è cresciuta in media di 4-6 mesi l’anno. Gli under 35 al lavoro? Sono crollati dal 41% al 22% degli occupati. Il Fmi prevede che nel 2020 uno su cinque avrà più di 55 anni. La ricetta per far ripartire la produttività? Istruzione e formazione
di Federico Fubini, 21 feb 2017

Qualche tempo fa Marco Palmieri, 51 anni, si è imbattuto in un problema che non aveva previsto quando nel 1987 iniziò a produrre borse e valigie: come collegarle alla Rete. 
Se voleva crescere ancora con la sua Piquadro, doveva integrarle all’Internet delle cose e farle interagire con un’icona sullo schermo di uno smartphone.

Marco Palmieri, patron di Piquadro 

Palmieri si rivolse a un studio di ingegneri suoi coetanei, e questi gli illustrarono molte funzioni digitali. Tutte inutili. Nessuna faceva funzionare meglio uno zaino di pelle o una valigia in un aeroporto. 
L’impasse stava diventando così frustrante che un giorno in azienda Palmieri si sfogò alla macchinetta del caffé con alcuni dipendenti fra i 20 e i 30 anni. 
Fu la svolta: in poco tempo quei ragazzi idearono una App per allucchettare le valigie e un sistema di sensori collegati allo smartphone per pesarle o segnalarne la posizione. Non erano specialisti del digitale. Erano, semplicemente, giovani al lavoro.

L'innovazione che manca nelle aziende

Il problema dell’Italia degli ultimi vent’anni, e ancor più dei prossimi venti, è che storie del genere diventano rare. Nei luoghi in cui si genera la ricchezza del Paese stanno venendo meno le principali fonti di innovazione: i giovani. Una ricerca del «Corriere della Sera» sulla base della banca dati dell’Istat mostra come la demografia del lavoro in Italia stia subendo uno smottamento sotterraneo, quasi unico in Europa per intensità. Oggi essa è alla radice di buona parte del letargo dell’economia italiana e spiega un bel po’ della lentezza con cui la produttività del lavoro avanza rispetto alla media dell’area euro (dall’inizio del secolo, del 12% in ritardo). L’invecchiamento negli uffici e nei piani fabbrica è così veloce che obbliga a ripensare al più presto a come in Italia si studia, ci si aggiorna e ci si organizza in azienda. Del resto non esiste altro modo di far emergere i punti di forza nascosti in quella che, lasciata a se stessa, diventa ormai la grande debolezza del Paese.

Lavoratori sempre più vecchi

I numeri, a prima vista, non perdonano. Non c’è solo l’aumento medio di quasi sei anni dell’età media degli occupati in Italia nell’ultimo quarto di secolo, da 38 a quasi 44 anni. Colpisce di più come questo stia accelerando: a partire dal 2008 l’età media dei 21 o 22 milioni di persone al lavoro nel Paese aumenta in certe fasi di sei mesi ogni anno, o poco meno; solo gli sgravi alle assunzioni e il Jobs act sembrano contrastare un po’ la deriva.

Su dinamiche del genere conta la pura e semplice demografia: in Italia vive la popolazione dall’età mediana più alta al mondo (45,1 anni) dopo la Germania e il Giappone. Incide però anche l’ultima riforma delle pensioni, che dal 2011 ha allungato la permanenza dei più anziani al lavoro per riequilibrare il sistema dopo decenni di promesse insostenibili. Pesa poi soprattutto l’emarginazione dei giovani: il tasso di occupazione per chi ha fino a 24 anni è appena del 17% (studenti ovviamente esclusi).

Emarginati i giovani

Così nell’ultimo quarto di secolo i luoghi del lavoro in Italia hanno subito una trasformazione antropologica, che prosegue. Sono sparite 3,6 milioni di persone di meno di 35 anni (erano quasi 9 milioni, sono poco più di cinque). Sono apparse 4,2 milioni di persone in più la cui età supera i 45 anni; il numero dei lavoratori attivi fra i 55 e i 64 anni è raddoppiato da due a quattro milioni, tanto che il Fondo monetario internazionale stima che in Italia nel 2020 un quinto degli occupati sarà in questa fascia e nel 2015 lo sarà quasi un occupato su quattro.


In sostanza i lavoratori più giovani, energici e innovativi si sono rarefatti dal 41% al 22% della popolazione produttiva; quelli più anziani sono aumentati da un terzo alla metà. Una parte devono averla le preferenze culturali nel Paese per persone più esperte, o più ricche di rapporti sociali, perché il numero degli occupati di oltre 65 anni è esploso: oggi questi lavoratori anziani sono oltre mezzo milione, più 41% in 25 anni.

Due milioni di lavoratori in più in vent’anni

Naturalmente questa non è una torta immutabile non è un gioco a somma zero perché oggi lavorano in Italia quasi due milioni di persone in più rispetto vent’anni fa (22,9 contro 21 milioni). Nell’economia attiva può esserci spazio per tutti. Ma una composizione così squilibrata delle età del lavoro ha conseguenze. Uno studio dell’Fmi del dicembre scorso («The Impact of Workforce Ageing on European Productivity») mostra che l’Italia, con la Grecia, è la più esposta a perdite di produttività proprio perché gli occupati invecchiano: da due decenni questo fenomeno sotterraneo sta limando via uno 0,2% l’anno dalla capacità di far crescere il valore generato in un’ora di lavoro; sono differenze impercettibili nel breve, ma corrosive per profitti e salari quando si accumulano nel tempo. Secondo lo studio dell’Fmi l’invecchiamento erode le capacità nei lavori più fisici e in quelli meno ricchi di conoscenze; non ha effetti su addetti alle vendite, impiegati di banca o periti elettronici; e l’accumulo di esperienza addirittura aumenta la produttività per funzioni dense di conoscenza come quelle di docenti, avvocati, medici, giudici o manager. Il problema dell’Italia è che la sua quota di laureati e diplomati è fra le più basse d’Europa: deve farla salire in fretta per affrontare il giorno, vicino, in cui l’età media degli occupati arriverà al mezzo secolo o più.

A Gaggio Montano in provincia di Bologna, la Piquadro di Palmieri forse ha trovato una soluzione. Da qualche tempo in azienda si aggira un ex dirigente pensionato della Miroglio. Il suo nome è Antonio Colantuoni. Il suo compito è parlare un po’ con tutti, specie i più giovani, per capire cosa pensano dell’azienda, del mondo e di se stessi. «Li aiuto a tirare fuori i problemi, a capire e sviluppare il loro potenziale», dice. Questo è un metodo che Colantuoni ha messo a punto in 35 anni di lavoro alla Miroglio, e funziona. Fa girare meglio le imprese. «Lo avessi capito prima, mi sarei fatto del bene ammette . Ma c’è un valore nell’età che avanza».