martedì 5 agosto 2014

Giocare ai videogame porta benefici? Pare di sì, con moderazione...



di Chiara Di Cristofaro, 4 ago 2014



Dalla demonizzazione alla beatificazione. 
È questo è quello che è successo ai videogame per il mondo della ricerca psicologica? 

Purtroppo pare di sì, almeno in parte. Sperando che questo porti a un maggiore equilibrio nelle valutazioni. Se infatti per decenni non abbiamo fatto che leggere dell'impatto negativo che i videogiochi potevano avere sulla crescita, sullo sviluppo, sulla concentrazione, sulla propensione alla violenza dei bambini, da un po' di tempo non è difficile trovare studi e ricerche sui benefici e sui vantaggi che possono offrire. 

L'ultima, in ordine di tempo , è della Oxford University e sostiene che giocare ai videogiochi ogni giorno per un tempo limitato (meno di un'ora) può avere un impatto positivo sullo sviluppo. Le cose cambiano, però se si va oltre le tre ore: in questo caso il livello di soddisfazione generale è decisamente inferiore. La ricerca è stata condotta su 5mila ragazzi tra i 10 e i 15 anni. Tra di loro,il 75% ha dichiarato di giocare ogni giorno. I risultati hanno mostrato, in particolare, che chi gioca ogni giorno per un'ora al massimo registra livelli di soddisfazione complessiva maggiore rispetto alla propria vita, i migliori livelli di interazioni sociali positive, ha meno problemi di tipo e motivo e di iperattività. Il malessere maggiore, invece, si registra nel gruppo che ha dichiarato di giocare oltre tre ore al giorno. Videogiochi sì, quindi, ma con qualche regola.

Di recente, era stato un'articolo pubblicato sul sito dell'Apa, l'American Psychological Association, che aveva riportato una ricerca molto interessante e innovativa condotta dalla Radboud Univeristy: giocare ai videogame, inclusi gli "sparattutto", secondo gli studiosi può favorire l'apprendimento e lo sviluppo di capacità sociali. Senza negare l'esistenza di possibili effetti negativi che possono emergere dall'utilizzo dei videogiochi, inclusa la dipendenza, gli autori sottolineano la necessità di una "prospettiva più bilanciata". Secondo recenti studi, infatti, i videogiochi contribuiscono allo sviluppo di una serie di capacità cognitive importanti come la navigazione spaziale, il ragionamento, la memoria, la percezione e il problem-solving

Ma non sono solo le capacità cognitive a trarne beneficio: un gioco semplice e poco impegnativo come Angry Birds, per esempio, può migliorare l'umore, favorire il rilassamento e avere effetti positivi sull'ansia. In più, gli autori suggeriscono che giocare potrebbe essere utile per aumentare la resilienza personale: imparando a gestire la frustrazione dei cointnui fallimenti in cui in qualsiasi videogioco si va incontro, i ragazzi possono apprendere strategie di reazione che useranno poi nella vita quotidiana. 

La ricerca si chiude con un appello: continuare a condurre studi, senza pregiudizi e preconcetti, che vadano aldilà del "fanno bene" o "fanno male" ma che diano davvero un contributo alla ricerca sugli effetti di un fenomeno che, tanto per dire, riguarda il 97% degli adolescenti americani.


Catturare i suoni attraverso gli oggetti (cose da spionaggio...)

Oggetti catturano conversazioni, ecco le nuove microspie per 007

Capteranno le impercettibili vibrazioni dei suoni.

4 ago 2014

La pagina del Mit - Massachusetts institute of technology che spiega l'esperimento.
Pagina del MIT (Massachusetts Institute of Technology)
che descrive l'esperimento

Pacchetti di patatine, bicchieri e piante da adesso possono 'parlare' e raccontare una conversazione segreta: è possibile grazie alla tecnica messa a punto nel Massachusetts Institute of Technology (Mit) in collaborazione con Microsoft e Adobe, che riconosce le impercettibili vibrazioni prodotte dai suoni (compresa la voce umana) su qualsiasi oggetto. In questo modo si possono ricostruire i dialoghi di persone che si trovano in una stanza insonorizzata semplicemente vedendo gli oggetti nelle vicinanze.


CAPTARE LE VIBRAZIONI. 
Abe Davis, responsabile dello studio ha spiegato che «quando il suono colpisce un oggetto provoca una vibrazione nell'oggetto stesso. Il movimento di questa vibrazione crea un segnale invisibile a occhio nudo, per questo non ci rendiamo conto che questa informazione si trova davanti a noi». Il suono infatti non è altro che vibrazioni che si trasmettono nell'aria, o in un qualsiasi altro oggetto, e che siamo in grado di sentire solo quando raggiungono le nostre orecchie. Queste vibrazioni sono praticamente quasi sempre invisibili ai nostri occhi ma non sfuggono a telecamere ad alta definizione.

TELECAMERE DA 6 MILA FOTOGRAMMI AL SECONDO.
Registrare queste oscillazioni 'visibili' è quindi esattamente uguale al registrare le vibrazioni sonore. Per farlo, i ricercatori hanno posto una telecamera ad alta velocità, capace di catturare tra i 2 mila e i 6 mila fotogrammi al secondo, al di fuori di una stanza insonorizzata con uno spesso vetro, mentre all'interno della stanza sono stati prodotti suoni, come filastrocche, brani musicali, voci umane e dialoghi complessi.

VEDERE I SUONI. 
Le telecamere hanno così ripreso le impercettibili vibrazioni prodotte da alcuni degli oggetti presenti nella stanza e utilizzando un sofisticato software per l'analisi delle immagini i ricercatori sono così riusciti nell'intento di 'vedere' i suoni attraverso le vibrazioni degli oggetti.
PATATINE 007. I migliori oggetti 'spia' si sono rivelati i pacchetti di patatine, fogli di alluminio, bicchieri d'acqua ma anche le piante grasse. La tecnica ha ovviamente enormi possibilità di applicazione per la polizia ma offre anche nuove possibilità in ambito scientifico.

UN MODO PER STUDIARE LA MATERIA. 
Davis ha affermato che «ascoltare gli oggetti ci fornisce molte informazioni sull'oggetto stesso, e questo perché ogni oggetto risponde al suono in maniera differente». Analizzandone le vibrazioni, ha dimostrato lo studio, è infatti possibile determinare il materiale di un oggetto e le sue caratteristiche strutturali invisibili dall'esterno.

Possibili conseguenze di una tempesta solare: occorre prepararsi per tempo...



Gli esperti avvertono i governi: occorre prepararsi subito alle conseguenze, che potranno essere catastrofiche.

4 ago 2014

Era da un po', in effetti, che nessuno parlava di tempeste solari; o, per lo meno, era da un paio d'anni che i toni allarmistici se ne stavano tranquilli.

A riaccendere le preoccupazioni sono i ricercatori del gruppo internazionale SolarMax che, sulla rivista Physics World, hanno lanciato l'avvertimento: prima o poi arriverà una super tempesta solare in grado di danneggiare i satelliti, le linee elettriche, le comunicazioni e in generale le infrastrutture del mondo moderno, tutto dipendente dall'elettronica.

Bisogna dire che, allarmismo a parte, gli avvertimenti non sono campati per aria: una tempesta solare è un aumento tale dell'attività solare con un'emissione di particelle tale da causare disturbi nella magnetosfera terrestre, e le alterazioni del campo magnetico possono ripercuotersi su tutte quelle apparecchiature non adeguatamente protette.

Così gli scienziati di SolarMax si rivolgono ai governi nella speranza di ottenere un po' di attenzione e far sì che vengano prese le precauzioni adatte, prima che sia troppo tardi e ci si faccia cogliere impreparati.

Il problema è indicare una data precisa in cui la grande tempesta colpirà: ricercatori come Ashley Dale, dell'Università di Bristol, sostengono che il tempo a disposizione sia veramente poco.

L'ultima tempesta - l'"evento di Carrington" - è stata nel 1859 e, dato che esse si verificano ogni 150 anni circa, non è difficile vedere che siamo già in zona di pericolo.

Altri, però, come l'italiano Mauro Messerotti dell'INAF, ridimensionano un po' il pericolo rilevando che l'evento del 1859 è stato sì eccezionale, ma non l'unico: «Questa è una statistica troppo rudimentale e approssimativa. Per esempio nel 1921 c'è stata un'altra tempesta, forse più intensa, così come un'altra forte tempesta c'è stata nel 1989 ed è rimasta memorabile anche la tempesta di Halloween, fra ottobre e novembre 2003, con interruzioni dei segnali Gps e delle telecomunicazioni».

«Non ci sono elementi» - continua Messerotti - «per dire se la tempesta arriverà a breve o fra 100 anni. Sappiamo che si verificherà, ma non siamo in grado di dire quando; l'importante è essere preparati ad affrontare questi eventi estremi» che secondo Ashley Dale potranno essere «catastrofici» e avere conseguenze «a lungo termine».


tempesta solare

lunedì 4 agosto 2014

Riflessioni di Alberoni sulla vicenda dei marò trattenuti in India...


Siamo un Paese debole e vessato che cede alla Ue e all'India. 
Siamo vicini alla rivoluzione

Cose del passato mi direte, di un'epoca coloniale ormai scomparsa. 
Ma immaginiamo che oggi gli italiani prelevino da una nave statunitense due marines e vogliano processarli per terrorismo. 
Il governo americano ci imporrebbe il loro immediato rilascio. 
E lo stesso accadrebbe con soldati russi, cinesi o indiani. 
Quello che consente all'India di tener prigionieri i nostri marò, di trasferirli da un parte all'altra, di rinviare capricciosamente le date del processo è il fatto di essere una grande potenza rispetto a cui noi siamo una nazioncina tremebonda che non conta nulla e che nessuno ha interesse a difendere. 

Infatti anche l'Onu ci ha risposto di cavarcela da soli. 
L'unica entità che secondo alcuni dovrebbe intervenire è l'Unione Europea. Ma è un'illusione pensarlo.

L'Unione Europea non ha uno Stato, non ha un governo, non ha una politica economica, una politica estera, un esercito. Non può stampare moneta, porre dazi, stabilire quote di immigrazione, non ha nemmeno una polizia di frontiera. Cioè non è una grande potenza in condizione di dialogare sullo stesso piano con le altre. 

Qualcosa a nostro favore potrebbero farlo nazioni come l'Inghilterra, la Francia e la Germania, ma, al di là delle parole di facciata, non gliene importa nulla. 
In Europa l'Italia si trova in una posizione di assoluta subalternità, è sempre sotto accusa, deve continuamente rendere conto di tutto ciò che fa. 
È l'ultima della classe. 
E questo ci rende incerti, timorosi, maldestri. 
L'India aveva astutamente trovato il modo di rispedirci i due marò in Italia, ma noi, troppo paurosi, glieli abbiamo mandati indietro.

Il caso dei marò è solo un esempio dello stato confusionale in cui si trova oggi l'Italia. 
In tutti i campi. 
Ed è innaturale che continui così. Tanto in fisica, quanto in biologia o nei sistemi sociali, quando il disordine supera una certa soglia critica avviene sempre una reazione imprevedibile che spazza via l'antico incapace di rinnovarsi e ricostituisce l'ordine sociale su nuove basi. 

 Noi siamo molto vicini a questo momento.

I costi della Politica...



di Fabio Pavesi, 27 lug 2014

Img Description
Palazzo di Montecitorio (Camera dei Deputati)

Facile, molto facile rinunciare a 50 milioni di euro l'anno di dotazione dello Stato, se hai in cassa un tesoretto di oltre 360 milioni. Visto così il sacrificio imposto dalla presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, appare più che altro un gesto simbolico. Apprezzabile certo, dato che nessun presidente l'aveva mai fatto finora, ma non è certo quella rivoluzione copernicana di ritorno alla sobrietà della politica tanta enfaticamente sbandierata.

La Camera con la rinuncia ai 50 milioni avrà d'ora in avanti a disposizione una dotazione dallo Stato di "soli" 943 milioni con cui far quadrare i conti. Ma si dimentica che il bilancio del 2014 appena approvato parte con un fondo cassa di avanzi d'amministrazione cumulati negli anni pari per quest'anno a 368 milioni. Da dove arriva questo enorme tesoretto? Sono gli avanzi di gestione accumulati nel tempo, dato che a fronte di 993 milioni che ogni anno lo Stato riversava a Montecitorio, la Camera evidentemente riusciva a fare economie. Cioè a cumulare avanzi.


Gli "utili" della Camera

Un paradosso. Un'istituzione pubblica che riesci a fare profitti, come fosse un'impresa privata. A nessuno è mai venuto in monte che se per il funzionamento di Montecitorio si riusciva a fare "utili", allora si poteva diminuire quella corposa dotazione di quasi un miliardo che per decenni è stata assicurata alla Camera. Si poteva cioè rinunciare a quei 50 milioni tanto tempo fa, senza alcuna ripercussioni sul funzionamento della Camera bassa del Parlamento. L'ha fatto finalmente la Boldrini. Meritorio certo, ma sotto questa luce la rinuncia non appare una dieta ferrea. 

Di dieta del resto difficile parlare. Appena si toccano o si tenta di toccare le retribuzioni dei ben pagati dipendenti o dei parlamentari ecco la protesta di piazza, come si è visto nei giorni scorsi.



Montecitorio costerà oltre un miliardo anche quest'anno

Il fatto inequivocabile è che anche quest'anno, nonostante la spending review, Montecitorio continuerà a costare caro. Il bilancio 2014 prevede infatti una spesa a quota 1,037 miliardi. Rispetto al bilancio preventivo del 2013 il risparmio sarà di pochi milioni appena l'1,68% in meno. Ma il consuntivo 2013 si è chiuso con una spesa effettiva di 1,032 miliardi. Insomma tagli non se ne vedono affatto. Ma non è finita qui. Dai bilanci 2014-2016 emerge che Montecitorio continuerà a spendere oltre un miliardo l'anno fino a tutto il 2016.


Del resto non è affatto facile intervenire sul corpaccione ricco e e stratificato di privilegi che da sempre è Montecitorio. Di quel miliardo di costi annui ben l'80% è "intoccabile". Solo gli stipendi del personale si porteranno via quest'anno 285 milioni di euro. I dipendenti in pensione costano altri 234 milioni. E siamo oltre il mezzo miliardo. Poi tra stipendi degli onorevoli e pensioni degli ex onorevoli, più contributi ai gruppi parlamentari si cumulano 303 milioni. Siamo a quota 800 milioni su un bilancio di un miliardo. E non si può certo dire che le retribuzioni dei dipendenti siano sofferenti. I dipendenti della Camera sono poco più di 1.400, protetti da 11 sigle sindacali, (ognuna rappresenta poco più di 100 persone) e si spartiscono una torta retributiva che nel 2013 è stata di 270 milioni. 
Ciascuno di loro dal commesso al barbiere, al documentarista, fino al segretario generale di Montecitorio costa ai contribuenti 181mila euro l'anno.

Carriere automatiche, lavoro sicuro e incrementi copiosi anno su anno. 
Un segretario di Montecitorio parte da 34mila euro l'anno appena assunto e giunge a 156mila euro a fine carriera. Un operaio parte da 30mila e arriva a 136mila euro, mentre un consigliere parte da 64mila euro e dopo 40 anni gode di uno stipendio di 358mila euro. Ecco perché la protesta dei lavoratori di Montecitorio all'annuncio di Boldrini di un tetto a 240 mila euro l'anno appare surreale, figlia di mero corporativismo.

Non se la passano male da sempre neanche i 630 deputati e gli ex deputati che costano in remunerazioni e pensioni oltre 270 milioni di euro.

La rivoluzione copernicana di una politica più sobria e vicina al Paese reale è tutta ancora da compiere. 

Nasce "Google Baseline": cosa sarà?

Google Baseline studia il corpo umano perfetto

Dal grembo di Google X, nasce Google Baseline, un nuovo progetto che ha lo scopo di raccogliere i dati biologici di migliaia di esseri umani "anonimi" per determinare i fattori di "buona salute" di un individuo. Obiettivo? Diagnosi più veloci e trattamenti all'avanguardia.

di Laura Benedetti, 28 lug 2014

Il primo a parlare di Baseline è stato il Wall Street Journal, che lo ha definito un "progetto ambizioso". Come negarlo! L'idea di Google è semplice: raccogliere le informazioni genetiche e molecolari di persone anonime, per determinare lo stato di "buona salute" dell'essere umano. Lo studio mapperà il DNA di migliaia di volontari anonimi per tracciare un "modello" biologico/genetico del paziente sano.

Grazie al contributo dei primi 175 partecipanti (che diventeranno migliaia nei prossimi mesi), ricercatori e medici, Google spera di raggiungere un risultato che permetterà di accelerare la diagnosi di malattie gravi e rare in medicina, come il cancro o le sindromi, consentendo una veloce individuazione di biomarcatori specifici per determinati problemi di salute in un paziente. I risultati potrebbero aiutare anche a capire meglio il motivo per cui alcune persone sono più esposte a determinate malattie, rispetto ad altre, o perché hanno maggiori probabilità di ereditare alcune patologie, come il diabete. Questi studi inoltre potrebbero dar vita a nuovi trattamenti e metodi di prevenzione.

Baseline è un progetto guidato da Andrew Conrad, un biologo molecolare che si è distinto lavorando su un metodo di screening low-cost per l'AIDS per le donazioni di sangue e plasma. E' supportato da un team di 70-100 ricercatori, tra cui esperti di fisiologia, biochimica, ottica, biologia molecolare e imaging medicale. Google fornirà gli strumenti, la potenza di calcolo necessaria per elaborare le informazioni relative alla ricerca dei "biomarcatori" nei campioni, causa di malattia o di una certa predisposizione patologica.


E' un progetto ambizioso - è vero - ma anche lungo, lunghissimo. E lento. Lo stesso Conrad sostiene che "il progetto non si svilupperà in 1-2 anni, ma crescerà a piccoli passi". Google garantisce inoltre che i dati raccolti ed elaborati resteranno anonimi e non saranno condivisi con terzi, come ad esempio le compagnie assicurative.


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di Francesca Cerati, 25 lug 2014

Google non demorde. 
Dopo aver investito moltissimi dollari nell'azienda di ricerca genetica della ex moglie di Sergey Brin, la 23andme, ora lancia un proprio ambizioso progetto scientifico: mappare il corpo umano attraverso il Baseline Study, ovvero la raccolta in forma anonima dei dati biochimici e genetici di migliaia di persone.

Lo scopo è creare, dice l'azienda, la più completa figura di ciò che dovrebbe essere un individuo in perfetta salute, favorendo la prevenzione di malattie spesso ereditarie come quelle cardiovascolari o il cancro. Così si legge sul Wall Street Journal. Ma potrebbe anche essere un escamotage per deviare il blocco che la Fda ha posto l'anno scorso proprio alla 23andme e ai suoi test casalinghi di raccolta e analisi del dna. Per l'agenzia statunitense i kit genetici usati per la diagnosi, il trattamento o la prevenzione di malattie devono infatti avere adeguate autorizzazioni prima di consentirne l'entrata in commercio.

Si tratta di un business potenzialmente colossale. Però, promette Google, Baseline non sarà orientata alla creazione di prodotti o servizi commerciali e i dati raccolti non saranno venduti a nessun'altra azienda. Ma i laboratori di Mountain View stanno nel frattempo sviluppando diversi dispositivi portatili che consentono il monitoraggio dell'attività biologica, come un modello di lenti a contatto che controllano i livelli di glucosio nel sangue e che saranno testate, prima di essere messe in vendita, proprio dai partecipanti di Baseline. Il progetto sarà coordinato da Andrew Conrad, un biologo molecolare che è stato assunto dai laboratori di Google nel marzo 2013 e guiderà un team di decine di altri scienziati.

Baseline non è il solo studio genetico "di massa". 

Pochi giorni fa il National Health service inglese, l'omologo del Servizio sanitario pubblico, ha affidato alla società statunitense Illumina, per un valore di 100 milioni di sterline, il sequenziamento di 100mila genomi. Il progetto "Genomics England" potrebbe un giorno essere determinante nella lotta ai tumori e alle malattie genetiche rare. I volontari che si sottoporranno al test potranno scoprire i dettagli sul loro genoma, ad esempio la presenza di eventuali geni legati ad un alto rischio oncologico. Tutte le prove saranno poi pubblicate online e messe a disposizione gratuitamente della comunità scientifica. 

L'obiettivo, già annunciato dal Governo inglese, è quello di arrivare ad avere i 100 mila genomi entro il 2017.


Per cercare di comprendere meglio l'attuale situazione critica in Palestina...



Di Stefano Consiglio, 1 ago 2014

Da ben 25 giorni Israele e Palestina stanno combattendo l'ennesimo conflitto che li vede contrapposti. In questo contesto, in cui la Striscia di Gaza è continuamente bombardata dall'aviazione israeliana, una domanda sorge spontanea: come funziona l'economia palestinese? Con quattro semplici quesiti cercheremo di rispondere a questo interrogativo.

1) Quanto è esteso il territorio della Palestina?

Per comprendere l'economia palestinese è necessario, anzitutto, stabilire quali territori debbano essere considerati parte della Palestina. Dal punto di vista giuridico la Palestina si qualifica come uno Stato dichiarato unilateralmente e non riconosciuto unanimemente a livello internazionale. 
La sua autonomia è stata rivendicata a seguito della dichiarazione dello Stato palestinese di Algeri del 15 novembre 1988 da parte dell'OLP. 
La sovranità dell'Autorità Nazionale Palestinese è stata riconosciuta di diritto a seguito degli Accordi di Oslo del 1993, tuttavia molti esperti di diritto internazionale dubitano della soggettività giuridica dello Stato palestinese. Ciò dipende da una serie di ragioni: anzitutto gli accordi di Oslo non hanno mai trovato piena attuazione. 
In secondo luogo i territori concessi all'ANP sono soggetti al controllo delle forze militari israeliane. 
L'ANP, infine, ha lo status di osservatore e non di membro presso l'Assemblea generale dell'Onu.


Detto questo, e prendendo come punto di riferimento gli accordi di Oslo del 1993, lo Stato palestinese comprende i territori della Cisgiordania (in inglese West Bank) e della Striscia di Gaza.



Una mappa raffigurante i territori di Israele e Palestina.
Una mappa raffigurante i territori di Israele e Palestina 
(Wikimedia Commons, PD)

La Striscia di Gaza è stata occupata nel 2007 dalle milizie di Hamas, uscite vincitrici alle elezioni politiche del 2006 con il 43% dei voti. 

In quel momento si creò una frattura tra l'Autorità Nazionale Palestinese, riconosciuta a livello internazionale come unica guida politica della Palestina, e Hamas. 
Nonostante la recente riconciliazione, realizzatasi nell'aprile del 2014 grazie ad uno storico accordo tra Abu Mazen e i leader di Hamas, la situazione di questi due territori appare assai differente sia da un punto di vista politico sia da un punto di vista economico. 
Per questo motivo è utile, quando si parla di economia palestinese, distinguere la situazione esistente in Cisgiordania dalla politica economica seguita nella Striscia di Gaza.


2) Come funziona l'economia della Cisgiordania?

La situazione economica esistente in Cisgiordania dipende da una serie di fattori, interni ed esterni, la cui analisi disgiunta ne faciliterà la comprensione.

I rapporti con Israele. 
È bene ricordare che gran parte della Cisgiordania è occupata da Israele, che ha invaso queste terre durante la guerra dei sei giorni del 1967. 
A seguito degli accordi di Oslo del 1993, lo Stato di Israele ha diviso la Cisgiordania in tre settori: l'area A, che corrisponde al 17% di territorio della Cisgiordania; l'area B, equivalente al 24%; l'area C, la più estesa, che copre il 59% dei territori di questa regione. 
È importante sottolineare che il 96% dei palestinesi vive nelle aree A e B, mentre l'area C è occupata quasi totalmente da coloni israeliani. 
Questa divisione è importante non soltanto da un punto di vista politico-amministrativo ma anche considerando le connesse implicazioni economiche. Le parti A e B, infatti, corrispondono a territori poveri di risorse naturali a differenza dell'area C, che avendo accesso al Mar Morto, offre ottime opportunità sia nel settore dell'estrazione mineraria sia in quello del turismo. Secondo un recente studio compiuto dalla World Bank, 3,4 miliardi di dollari potrebbero essere aggiunti all'economia della Cisgiordania qualora alla popolazione palestinese fosse garantito il pieno controllo dell'area C.
La situazione in Cisgiordania è ulteriormente complicata dalla così detta barriera di separazione israeliana, un muro lungo circa 700 km che separa la Cisgiordania dallo Stato di Israele. Il tracciato di questa barriera è irregolare, per questo motivo diversi palestinesi hanno visto la loro proprietà bloccata al di là del muro. Gli agricoltori che utilizzavano queste terre per il loro sostentamento, sono stati costretti a chiedere un'autorizzazione al Governo Israeliano, la cui disponibilità a rilasciare visti sembra assottigliarsi con il passare del tempo. Nella città di Akaba, ad esempio, nel 2011 gli israeliani hanno rilasciato il 49% dei permessi richiesti, mentre nel 2012 tale valore è sceso al 20% .
Quanto detto non deve far dimenticare, tuttavia, che circa 87mila palestinesi che vivono in Cisgiordania, su un totale di circa 2 milioni di abitanti, lavorano per Israele. La manodopera palestinese è utilizzata nei settori delle costruzioni, della manifattura e nel settore agricolo. Secondo un sondaggio compiuto dalla Palestinian General Federation of Trade Unions, tuttavia, i lavoratori palestinesi ricevono una paga nettamente inferiore rispetto ai loro omologhi israeliani e il 65% di essi viene utilizzato per lavori pericolosi, in particolare mansioni che li espongono a gas tossici.

I principali settori economici. 
Nonostante il fatto che le autorità palestinesi controllino solamente il 41% del territorio della Cisgiordania, i lavoratori della Palestina sono attivi in diversi settori tra cui il più importante è quello agricolo. 
Secondo i dati forniti dal Council for European Palestinian Relations, il settore agricolo impiega in modo regolare il 13,4% dei palestinesi, un dato che sale al 90% se aggiungiamo i lavoratori assunti illegalmente. Questo settore, sebbene rimanga ancora la principale fonte di occupazione per la popolazione palestinese, è fortemente in declino.
Una serie di concause stanno determinando il collasso dell'agricoltura, tra cui l'occupazione militare delle terre da parte di Israele, la divisione della Cisgiordania , la creazione della barriera di protezione e, infine, la carenza di acqua. 
La quasi totalità delle risorse idriche del paese, consistenti essenzialmente nel fiume Giordano e nella falda acquifera che passa sotto Israele e Cisgiordania, vengono infatti controllate da Israele. Ciò, ovviamente, ha un chiaro effetto sugli agricoltori palestinesi, sovente costretti ad acquistare l'acqua da Israele a prezzi decisamente maggiorati. L'enorme consumo di acqua da parte di Israele, inoltre, sta riducendo il livello della falda acquifera, il che a sua volta sta determinando l'infiltrazione di acqua salmastra, estremamente dannosa per i raccolti. 


Il settore turistico in Cisgiordania è stato fiorente fino all'occupazione militare del 1967. Negli anni successivi vi è stato un costante declino che si è tuttavia interrotto con gli accordi di Oslo del 1993. Quando nel 2000 è esplosa la seconda intifada questo settore ha subito un crollo pari al 90% da cui la regione si è lentamente ripresa nel corso degli anni.
Oggi la Cisgiordania ospita siti turistici importanti come Betlemme e Gerico, visitati ogni anno da milioni di turisti e pellegrini. Il numero di turisti ha registrato, negli ultimi anni, un trend positivo. Nel 2010, infatti, 4,6 milioni di persone avevano visitato i territori palestinesi contro le 2,6 milioni di persone del 2009.
Occorre tuttavia precisare che la maggior parte di questi visitatori si reca nei territori palestinesi della Cisgiordania solamente per una breve visita, scegliendo di risiedere all'interno di strutture israeliane. Le autorità palestinesi e il ministro del Turismo israeliano hanno cercato di cooperare onde incentivare il turismo in Cisgiordania, ma senza successo. L'attuale conflitto, infine, sta assestando un duro colpo al settore turistico. Dal 23 luglio, infatti, le principali compagnie aeree europee e americane hanno sospeso i voli diretti a Tel Aviv. 
L'industria manifatturiera e tessile è, anch'essa, diffusa in tutta la Cisgiordania dove vengono venduti oggetti di ceramica, vetro, legno di olivo, varie tipologie di tessuti e, infine, la pietra, ricavata attraverso processi di estrazione e rifinitura portati avanti dalle circa 650 aziende operanti nella regione. 

Gli aiuti internazionali
L'economia palestinese dipende fortemente dagli aiuti economici internazionali. Ciò è stato ampiamente dimostrato nel 2013 quando il PIL della Palestina è precipitato a causa di una netta diminuzione negli aiuti umanitari forniti dagli Stati Uniti. Ad oggi gli USA rimangono i principali finanziatori della Palestina, seguiti da Unione Europea, Regno Unito, Svezia, Germania e Francia.
È interessante notare che gli Stati Uniti sono anche i principali finanziatori di Israele, a cui fornisce 3 miliardi di dollari l'anno in finanziamenti diretti. Gli aiuti internazionali corrispondono a circa il 30% del PIL palestinese, e vengono utilizzati dall'Autorità Nazionale Palestinese anche per pagare i suoi circa 140 mila dipendenti. Questi finanziamenti, che hanno un valore annuale che si aggira intorno ai 2 miliardi di dollari, garantiscono servizi essenziali a circa metà della popolazione palestinese. 


Le autorità palestinesi.
Secondo i dati forniti dalla Coalition for Integrity and Accountability, un'organizzazione palestinese che si occupa di verificare il livello di corruzione degli organi di Governo, questo fenomeno è assai diffuso nelle istituzioni palestinesi. Secondo un sondaggio compiuto nel 2012, il 40% degli abitanti della Palestina ha ammesso di aver corrotto dei funzionari pubblici allo scopo di ottenere servizi necessari per se o per la propria famiglia.
Diverse aziende farmaceutiche vendono ai palestinesi farmaci o alimenti scaduti, che vengono tuttavia accettati dalla bisognosa popolazione palestinese rendendo molto difficile l'identificazione di questi episodi. L'evasione fiscale, infine, è incredibilmente elevata. Secondo i dati forniti da questa organizzazione, tale fenomeno avrebbe un valore pari al 40% delle entrate complessive ottenute dal Governo palestinese grazie alla tassazione. 

3) Qual è la situazione economica nella Striscia di Gaza?

Se la situazione economica esistente in Cisgiordania appare complicata, nella Striscia di Gaza la popolazione sta letteralmente lottando per sopravvivere. Anche prima dell'ultimo attacco lanciato da Israele contro la Striscia, che ha causato finora 1456 morti tra la popolazione palestinese, l'economia di questa regione era caratterizzata da una flessione negativa.
A partire dal giugno del 2007, cioè dall'occupazione della Striscia di Gaza da parte di Hamas, Egitto e Israele hanno imposto un embargo strenuamente supportato dagli Stati Uniti. Le Nazioni Unite invece, pur condannando la conquista della Striscia da parte di Hamas, hanno ripetutamente criticato questo embargo, sostenendo che esso non trova alcuna conferma nelle risoluzioni adottate dal Consiglio di sicurezza, in primis nella risoluzione 1860 del 2009. Per cercare di aggirare questo blocco economico, una serie di tunnel sono stati costruiti da Hamas allo scopo di collegare la Striscia di Gaza con l'Egitto, corridoio di ingresso di armi, medicinali e viveri, molti dei quali provenienti dall'Iran.


Allo stato attuale circa l'85% della popolazione della Striscia di Gaza vive al di sotto della soglia di povertà. 
Questo territorio ha una popolazione complessiva di circa un milione e seicentomila abitanti, concentrati maggiormente nella città di Gaza, situata nella parte nord orientale della Striscia. Prima dell'imposizione dell'embargo, circa 25 mila abitanti della Striscia di Gaza si recavano ogni giorno in territorio israeliano per lavorare. 
Il settore turistico era in sviluppo così come il settore agricolo e quello manifatturiero, nonostante la produzione economica avesse subito una battuta d'arresto tra 1992 e il 1996. 


Attualmente il blocco economico imposto sulla Striscia di Gaza, unitamente alla chiusura delle frontiere con Israele, impediscono alla popolazione Palestinese di prestare i propri servizi all'interno dei territori israeliani. 
L'agricoltura è anch'essa in declino a causa del forte inquinamento, nella sovrappopolazione e della scarsità d'acqua il cui controllo, come detto in precedenza, è saldamente nelle mani dei politici israeliani.
Il settore turistico è praticamente inesistente, gli alberghi attualmente presenti a Gaza vengono utilizzati quasi esclusivamente da giornalisti, operatori ONU o membri di altre organizzazioni nazionali o internazionali. La decisione dell'Egitto di chiudere le numerose gallerie che collegano la Striscia di Gaza con il Sinai sta incrementando ulteriormente la povertà già ampiamente diffusa tra la popolazione palestinese. I prezzi dei prodotti contrabbandati attraverso i tunnel non fanno che aumentare, tanto che un sacco di farina può costare anche più di 60 dollari. 

4) Esiste qualcosa in comune tra Israele e Palestina?

Le differenze esistenti tra l'economia israeliana e quella Palestinese sono enormi. Basti pensare che il PIL pro capite di Israele è pari a circa 32 mila dollari mentre quello della Palestina è di 1200 dollari. Il tasso di disoccupazione di Israele è pari al 6,9% contro il 26,2% dello Stato palestinese.
Esiste dunque qualcosa che questi due popoli hanno in comune? la risposta è sì: la moneta. Sia palestinesi che israeliani, infatti, utilizzano il Nuovo Siclo Israeliano (abbreviato in NIS, sigla di New Israeli Shekel ). Il problema è che anche la valuta, condivisa da questi due popoli, non fa altro che peggiorare la situazione economica palestinese.
Questa moneta, infatti, viene emessa esclusivamente dalla Banca Centrale Israeliana, relegando la Palestina in uno Stato di totale dipendenza economica. L'uso del NIS da parte della popolazione palestinese è stato ufficializzato con il protocollo economico firmato a Parigi nel 1994. Questo documento ha garantito un totale controllo di Israele sull'economia palestinese, attraverso la regolamentazione di tutte le esportazioni e importazioni.
Il governo di Tel Aviv, infatti, ha il potere di stabilire i documenti necessari al transito delle merci, l'entità delle tasse doganali e ogni altra procedura da seguire. In questo modo Israele facilita il transito dei propri prodotti all'interno dei territori palestinesi, obbligando la popolazione locale ad acquistarli. Secondo Basel Natsheh, professore di economia all'Università di Hebron, l'80% della frutta e della verdura mangiata dai palestinesi proviene da Israele o da colonie israeliane.


La condivisione di una moneta, che dovrebbe simbolicamente rappresentare l'unione di popoli, è stata dunque trasformata in un meccanismo di controllo. Auspicando una rapida cessazione del conflitto attualmente in corso, qualunque negoziato di pace tra Palestina e Israele dovrà andare ben oltre gli accordi siglati a Parigi nel 1994.  Sia che venga seguita la così detta "soluzione dei due Stati" sia che si adottino nuovi modelli, la predisposizione di obiettivi e ideali comuni è l'unica strada possibile se si vuole finalmente giungere alla pace.



Vedi anche:

Gli immobili del Vaticano non debbono pagare la Tassa sui Rifiuti (TaRi)?



di Davide Settembre, 29 lug 2014


Gli immobili adibiti a sede degli istituti pontifici (come la Pontificia Università Gregoriana) devono essere considerati esenti da qualsiasi tributo ordinario e straordinario, in considerazione della diretta applicabilità dell'articolo 16 del Trattato Lateranense. 

È quanto stabilito dai giudici della Ctr di Roma con la sentenza n. 3587 del 29 maggio scorso.

Nel caso esaminato dai giudici, la Pontificia Università Gregoriana aveva impugnato la sentenza dei giudici di primo grado che avevano respinto il ricorso avverso la richiesta di pagamento della Tari, ritenendo inapplicabile (in quanto norma programmatica e non esecutiva) l'esenzione prevista dall'articolo 16. 

I giudici della regionale hanno accolto il ricorso, ricordando in primis che al Trattato Lateranense venne data esecuzione da parte dello Stato con la legge 27 maggio 1929, n. 810. In particolare, l'articolo 16 del Trattato stabilisce che: «Gli immobili elencati nei tre articoli precedenti, nonché quelli adibiti a sede dei seguenti istituti pontifici: Università Gregoriana, Istituto Biblico, Orientale, Archeologico, Seminario Russo, Collegio Lombardo, i due Palazzi di S. Apollinare e la casa per gli esercizi per il clero di S.Giovanni e Paolo non saranno mai assoggettati a vincoli od espropriazioni per causa di pubblica utilità, se non previo accordo con la Santa Sede e saranno esenti da tributi sia ordinari che straordinari tanto verso lo Stato quanto verso qualsiasi altro ente…».

Si tratta – hanno evidenziato i giudici – di una norma quindi molto ampia che non riguarda soltanto i tributi ma anche vincoli ed espropriazioni e consente la modifica dell'assetto dell'immobile senza la preventiva autorizzazione della autorità italiane. 

Per i giudici tale norma non avrebbe natura programmatica, bensì, chiaramente, una natura esecutiva, in quanto stabilisce precise disposizioni, indicando espressamente le esenzioni sia di carattere tributario che amministrativo. Trattasi in particolare di una disposizione di un trattato internazionale che pone divieti per lo Stato Italiano e che, in quanto tale, sarebbe immediatamente applicabile senza necessità di un intervento del legislatore (cfr. la sentenza della Corte di Cassazione Sezioni Unite n. 3616 del 1976).


Del resto, l'articolo 7 della Costituzione ha recepito i Patti Lateranensi conferendo a essi un rango sovraordinato rispetto alla legge ordinaria. 
Solo una legge ordinaria esecutiva di un nuovo accordo bilaterale potrebbe pertanto modificare o derogare alle disposizioni del Trattato. 

Peraltro, i giudici di secondo grado hanno anche infine ricordato che una lettura costituzionalmente orientata della normativa Tari (come non derogatoria dell'articolo 16 del Trattato) conferirebbe alla stessa la legittimità costituzionale. 

La neve ad agosto: il miracolo della "Madonna della Neve"

Domani, martedì 5 agosto, torna il miracolo della neve

Roma, 4 ago 2014


A Roma martedì sarà ricordato il miracolo della Madonna della neve, davanti alla Basilica di S.Maria Maggiore. 

Secondo la tradizione il 5 agosto del 358 d.C. una coppia di nobili fece un sogno. La coppia non poteva avere figli e la Madonna indicò dove costruire la chiesa, ciò con un miracolo.Il papa Liberio fece lo stesso sogno e andò sull’Esquilino, dove trovò la neve. 
Il Papa allora decise di indicare il perimetro della chiesa da costruire a spese dei due coniugi. La Chiesa fu denominata Santa Maria Liberiana o ad Nives. 

L’architetto Cesare Esposito, dedica quest’anno lo spettacolo di luci e musica a Papa Francesco «perché – spiega – ha commosso il mondo dando la sua ricchezza nei cuori e la speranza all’umanità difendendo gli umili»

Nella Piazza dalla 21 alle 24 ci saranno luci multicolori, e sul proscenio si leggeranno le parole di un trattato che racconta il miracolo e le tradizioni di Roma.

«Le statue di marmo della basilica – sottolinea Esposito – saranno illuminate con effetti speciali, con specchi voltaici per carpire il cielo antico di Roma, le nuvole che con le macchine fabbrica-neve imbiancheranno tutta la piazza e simbolicamente la città di Roma. La neve scenderà come messaggio di pace e di speranza: le note del messia di Hendel aprirà il miracolo, apparirà la Madonna come segno di assoluta forza verso l’amore dei suoi fedeli».


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Santa Maria Maggiore

Il neo Direttore delle Entrate: chi evade si aspetta una "cristiana" assoluzione; sull'IMU anche una persona esperta ha difficoltà...



di Nicoletta Cottone, 29 lug 2014

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Rossella Orlandi, neo Direttore delle Entrate

«In Italia sanatorie, scudi, condoni, sono pane quotidiano. Siamo un paese a forte matrice cattolica, abituato a fare peccato e ad avere l'assoluzione», ha detto il direttore dell'Agenzia delle entrate, Rossella Orlandi, intervenendo a un convegno organizzato a Roma da Conf commercio.


Chi evade si aspetta l'assoluzione

Difficile tagliare i fili e ricostruire il rapporto con il fisco in una forma nuova. «Siamo un paese - ha sottolineato Rossella Orlandi - dove chi evade poi si aspetta l'assoluzione. La matrice cattolica di questo paese poi spinge chi evade a credere che poi arriverà uno scudo o un condono». Il direttore dell'Agenzia delle Entrate ha sottolineato che «se il cittadino che evade è convinto che la sanzione non arriverà difficilmente si abituerà a rispettare le leggi».



Le frodi sono la nostra priorità

Le frodi, ha detto Orlandi, hanno raggiunto una «diffusione incredibile» e «il contrasto forte alle frodi» è una delle priorità su cui si muoverà l'Agenzia delle entrate, sottolineando che nella lotta all'evasione non sarà comunque abbandonata nessuna attività. Da un lato l'Agenzia continuerà il percorso di «dialogo, confronto e semplificazione» fiscale per i cittadini, dall'altro si concentrerà sul «contrasto dell'evasione fiscale che ha dimensioni preoccupanti e ha tre controeffetti negativi: inquina il mercato, facendo fuori le aziende sane, impedisce una distribuzione equa delle risorse, perché la tassazione pesa sulla parte onesta, ed è strettamente connessa alla corruzione, perché senza fondi neri, che si creano con l'evasione, la corruzione non sarebbe possibile». 



Per le imprese virtuose rimborsi Iva più veloci

Su controlli e rimborsi si terrà conto dei «comportamenti delle imprese», ha detto il direttore dell'Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi. Le imprese «virtuose», che hanno sempre pagato, ha spiegato la Orlandi, «avranno rimborsi in tempi brevi», mentre per quelle «con precedenti di frodi ci saranno controlli più ampi».



Ho perso un pomeriggio per capire l'Imu di casa mia

C'è la necessità di semplificare l'approccio al fisco da parte dei cittadini. «Io che sono una esperta di fisco - ha raccontato Orlando - ho perso un pomeriggio per cercare di capire che cavolo dovevo fare con l'Imu di casa mia». Per il neo direttore dell'Agenzia delle Entrate c'è la necessità di semplificare l'approccio al fisco da parte dei cittadini: «è necessario facilitare l'approccio, la semplificazione è una delle nostre priorità». E ha definito una rivoluzione nel rapporto del fisco con i cittadini la dichiarazione precompilata. 

Fotografia delle pensioni a due anni dalla Riforma Fornero...



di Rossella Cadeo, 30 lug 2014

Sulle pensioni il dibattito è sempre aperto, così come sulle misure necessarie per completare il percorso – avviato con la riforma Fornero di fine 2011 – per la messa in sicurezza del sistema previdenziale. Si torna a ventilare l'ipotesi di un contributo di solidarietà sugli assegni più alti (3,5-4mila euro) da inserire nella prossima legge di Stabilità, si lavora sull'opportunità di includere anche i pensionati tra i beneficiari del bonus Irpef di 80 euro (sempre che si trovi la dote finanziaria che permetta di renderlo strutturale), si cercano nuove strade per allargare la platea dei salvaguardati e reinserire categorie di lavoratori esclusi, allentando i requisiti fissati con il primo intervento del 2011.


Il quadro

E se la spesa pensionistica oggi si attesta al 16,3% del Pil (avendo scongiurato il rischio che si superasse il 18%) per un importo complessivo Ivs di 170 miliardi (190 incluse le prestazioni assistenziali), è anche vero che le prestazioni vigenti sono circa 14,5 milioni (oltre 18 compresi autonomi e altre gestioni) e che il rapporto tra contribuenti e pensioni si è ridotto da 129,1 a 126,4 dal 2012 al 2013.
Intanto si prevedono assegni meno ricchi con un costante calo dei tassi di sostituzione (effetto dell'innalzamento del requisito anagrafico, del passaggio al sistema contributivo ma anche della congiuntura economica) e da più parti – tra le ultime voci che si sono levate, quella del commissario straordinario dell'Inps Vittorio Conti, in occasione della Relazione annuale a Montecitorio – si sottolinea la necessità di un rilancio delle adesioni alla previdenza complementare.



Bilancio

A fronte di questa situazione in continua evoluzione e da tenere sotto controllo è comunque possibile fare un primo bilancio sull'andamento e la distribuzione territoriale degli assegni pensionistici da prima a dopo la riforma.
Secondo le elaborazioni effettuate dal Sole 24 Ore sugli ultimi dati Inps, le anzianità (ora sostituite dalla "anticipata") sono passate dai 2,7 milioni del 2003 ai circa 4 milioni attuali, quasi raddoppiando in poco più di dieci anni, ma salendo solo del il 4,4% nell'ultimo triennio. Gli assegni di vecchiaia (i più numerosi) si mantengono da anni intorno ai 5 milioni, con un incremento inferiore al 2% dal 2003 ad oggi, ma segnando addirittura un calo dell'1,1% dal 2011 al 2013. In ridimensionamento anche i prepensionamenti: oggi sono circa 295mila mentre nel 2003 sfioravano quota 400mila (-25%), con una diminuzione del 7% nell'ultimo triennio.
Quanto agli importi, i più elevati si individuano nel segmento anzianità/anticipata e nei prepensionamenti (1.500 euro al mese la media segnalata dall'Osservatorio Inps) mentre la vecchiaia si aggira sui 670 euro, per una media totale di circa 1.100 euro.



Sul territorio

Più articolato il quadro territoriale delle pensioni (che, si ricorda, non corrispondono ai soggetti percettori, ma al numero di assegni erogati dell'Inps).
A livello complessivo (si veda la tabella «Pensioni totali» a fianco che include vecchiaia, anzianità e prepensionamenti) si nota che nelle province del Nord e del Centro Nord le prestazioni "coprono" da un quarto a un quinto della popolazione, a fronte di una media pari al 16%: ai massimi si trovano realtà di media grandezza, come Biella, Ancona, Ferrara (con un rapporto assegni/residenti intorno al 25%) e nella top ten si contano cinque piemontesi. Ben posizionate le realtà di maggiori dimensioni, come Torino, Bologna e Milano (sul 21%).


Tutta appannaggio delle province meridionali la coda della graduatoria, dove Napoli è ultima con il 7,6% mentre altre dieci realtà del Sud (tra cui sette siciliane) non arrivano al 10% nell'incidenza delle pensioni sulla popolazione. Un divario, quello dello scenario post-lavorativo, che non poteva non rispecchiare quello economico-occupazionale.
Anche nelle classifiche che danno lo spaccato territoriale della «Vecchiaia» e della «Anzianità» (a pagina 3) si osserva un'analoga ripartizione: le pensioni di vecchiaia sono diffuse nel 9% della popolazione italiana, ma la percentuale supera il 15% ad Ancona (seguita da Imperia, Trieste, Savona e Alessandria) e scende intorno al 5% a Napoli e in tre siciliane (Siracusa, Catania, Caltanissetta).

Biella, con il 15,4%, seguita da Ferrara e tre piemontesi spicca nelle anzianità, mentre qui è Crotone a scivolare all'ultimo posto preceduta da Napoli, entrambe sul 2,2%, indice pari a un terzo rispetto alla media Italia (6,7%).
Roma – che per "densità" si colloca sotto la media in tutte le tre classifiche – per gli importi occupa invece il primo posto, seguita da Milano: entrambe con circa 1.400 euro al mese nella classifica «Pensioni totali» e oltre 2.000 nelle «Anzianità». Napoli si prende una rivincita salendo sul podio nella categoria «Vecchiaia», dopo la solita coppia. Ma anche negli importi resta ampio il divario tra Nord e Sud, con Catanzaro fanalino di coda nelle classifiche «Totale» e «Anzianità» e la sorpresa di Ancona ultima nella «Vecchiaia».