sabato 28 giugno 2014

Il problema dell'Iraq...

Iraq, perché il primo ministro Maliki non vuole l'unità nazionale?

Il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki continua a rifiutare l'istituzione di un governo di unità nazionale, un accordo della durata di sei mesi proposto dagli USA che includerebbe rappresentanti curdi e sunniti, causando l'ennesimo fallimento del tentativo di Washington di trovare una soluzione alle divisioni etniche del Paese.

di , 26 giu 2014

In un discorso televisivo trasmesso mercoledì, Maliki ha affermato che un governo di salvezza nazionale rappresenterebbe "un colpo di Stato contro la Costituzione e il processo politico" e un tentativo di "rubare voti agli elettori". 
Maliki ha invece ribadito la sua intenzione di formare un governo dominato da sciiti, in accordo con i risultati delle ultime elezioni parlamentari, tenutesi in aprile. Maliki e il suo partito Da'wa, che hanno vinto di gran lunga le elezioni, dovrebbero concludere il processo di formazione del governo intorno al primo luglio.

Per gli Stati Uniti, per i quali un governo di unità nazionale è precondizione per portare assistenza contro i combattenti di ISIS (Stato Islamico di Iraq e Siria), il rifiuto di Maliki è fonte di ulteriore frustrazione. Washington ha accusato Maliki di essersi alienato la popolazione sunnita, il fattore centrale del peggioramento delle tensioni settarie in Iraq. A seguito della cattura di Mosul e di altre città nel nord e nell'ovest dell'Iraq da parte di ISIS, l'amministrazione Obama ha reso chiaro che non ha fiducia nel primo ministro portato al potere dall'amministrazione Bush nel 2006.

Mentre ISIS continua a prendere il controllo di ulteriori porzioni di territorio - i militanti islamici ora controllano l'intera frontiera con la Siria - Maliki e gli USA si trovano in un'impasse: Maliki vuole l'assistenza militare degli statunitensi, ma solo se non sarà costretto a condividere il potere con sunniti e curdi. Cosa pesa sulla decisione di Maliki?

La ragione più importante non ha nulla a che vedere con ISIS: sebbene simili organizzazioni abbiano spesso minacciato la sicurezza dell'Iraq sin dall'invasione statunitense del 2003, Maliki teme soprattutto un revival dei Baathisti, il partito secolare sunnita che ha governato l'Iraq sotto Saddam Hussein. 
Molti Baathisti sono sopravvissuti alla pulizia attuata dopo la caduta di Hussein. Secondo Rick Berger, un esperto indipendente da Washington, la possibilità che emerga un movimento baathista sono abbastanza scarse. «Maliki apparteneva a un partito che Saddam Hussein ha provato a distruggere, e questo contribuisce a spiegare la sua paranoia».

La riluttanza di Maliki a proposito dell'inclusione di curdi e sunniti nel governo riflette anche la sua sempre maggiore dominanza nella politica irachena. Nelle elezioni parlamentari di aprile il partito Da'wa ha conquistato 92 seggi in Parlamento, circa i tre quinti di quanto necessario per formare una maggioranza. Dato che Maliki non necessita del supporto di sunniti e curdi per arrivare alla soglia di 165 seggi, gli è sufficiente formare una coalizione con altri partiti sciiti.

«Non c'è alcuna ragione per la quale dovrebbe cedere potere a curdi e sciiti, a meno che non sia assolutamente necessario», spiega Berger.

Poi c'è l'Iran, che, come gli USA, ha dato supporto al regime di Maliki sin dall'inizio dell'attuale crisi. Teheran, come Washington, ha forti interessi nel respingere l'avanzata di ISIS in Iraq, ma, al contrario degli USA, non ha desideri di governi di unità nazionale a Bagdad, e per ora il supporto è pressoché privo di condizioni di livello politico, limitato però alla protezione delle città sacre per gli sciiti. 
Il New York Times ha riportato che il coinvolgimento del governo iraniano in Iran - che è stato importante sin dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003 - si è approfondito in risposta alla crisi attuale. E mentre sia Iran che USA vogliono un Iraq stabile, la definizione di stabilità dei due attori non coincide.
«Gli USA vogliono una stabilità che risolva alcuni dei disaccordi fondamentali nella politica irachena. Per Teheran la stabilità è un governo sciita che imponga il proprio volere al Paese» dice Berger.

Dopo avere investito miliardi di dollari e migliaia di vite americane per creare un Iraq multietnico, gli USA potrebbero scoprire che la visione di Teheran è quella più vicina alla realtà.

La frontiera della comunicazione mobile: dopo il 4G-LTE, tra cinque anni il 5G (investimenti permettendo...)

Europa e Corea uniscono le forze per il 5G

La Commissione firma un protocollo d'intesa con Seoul. Il Vecchio Continente unirà le forze col paese asiatico per sviluppare il prossimo standard mobile



Bruxelles chiama e Seoul risponde, verrebbe da dire: l'Unione Europea, per mezzo della Commissione e del suo vicepresidente Neelie Kroes, stringe un patto con la Corea del Sud per sviluppare assieme e di concerto le specifiche del prossimo standard della comunicazione mobile. 

Il 5G, una tecnologia attesa sul mercato non prima di un lustro (la finestra 2018-2020 sembra la più probabile), sarà in ogni caso la chiave per lo sviluppo industriale di un settore cruciale per l'Europa e per la patria di alcuni dei più importanti marchi asiatici dell'elettronica di consumo: la telefonia mobile. 


Secondo i termini dell'accordo, UE e Corea coopereranno nella definizione dei progetti di ricerca per cui verranno lanciati appositi bandi entro il 2016, e le aziende che partecipano alle rispettive associazioni che si occupano del futuro standard collaboreranno fattivamente: operatori importanti come Deutsche Telekom, Telecom Italia, Orange, Telefonica, Telenor, e marchi prestigiosi come Alcatel-Lucent, Ericsson e Nokia, saranno tutti coinvolti nello sforzo intercontinentale congiunto, che potrebbe avere il peso specifico necessario a determinare la direzione intrapresa dallo sviluppo di questa tecnologia. Inoltre, UE e Corea cercheranno anche di armonizzare i rispettivi spettri radio, in modo tale da garantire maggiore uniformità e compatibilità tra i prodotti e servizi sviluppati per il 5G.





L'interesse mostrato dalla UE sin dal 2013, quando aveva promesso decine di milioni di investimenti nel settore, così come da alcuni paesi dell'Europa allargata (Regno Unito in testa) per il 5G non sono certo una coincidenza: nella futura tecnologia mobile viene indicato il punto di convergenza tra i servizi di Rete fin qui familiari alla collettività e il futuro della Internet delle cose, ovvero quelle interconnessioni capaci di garantire il funzionamento delle smart-city, l'inclusione e lo sviluppo delle cosiddette smart-grid, domotica, intrattenimento ubiquo, e-government ed e-health. Nelle intenzioni dei promotori, il 5G dovrebbe garantire velocità di connessione non inferiore a 1Gbps con latenze minime, arrivando a garantire un'esperienza di navigazione fin qui ad appannaggio esclusivo delle connessioni in banda ultra-larga in fibra ottica.

Le novità presentate in casa Google...

Dal Corriere

Google lancia la sfida a Apple con smartwatch e Android Auto

Show a San Francisco per presentare la gamma di prodotti. La rivoluzione porta il nome di «Android L», sistema operativo che supporta anche la nuova Android Tv

di Martina Pennisi, 14 giu 2014

Quello tra Google e Apple è ormai un botta e risposta. I due colossi si fronteggiano su un numero sempre crescente di ambiti. 
La casa della Mela ha sparato le sue cartucce a inizio giugno, in occasione della Wwdc. Mercoledì sera, ora italiana, Google ha risposto durante l’evento di apertura della (sua) conferenza degli sviluppatori. Sempre da San Francisco.
Dall’auto al salotto, ma niente domotica
Una risposta di sostanza, che spazia dalle tecnologie indossabili alle automobili passando per l’intrattenimento da salotto. All’appello è mancata la domotica, da cui ci si aspettava qualche sorpresa in virtù dell’acquisizione di Nest dello scorso gennaio. Mountain View ha comunque messo sul tavolo alcune carte importanti partendo dai numeri snocciolati dal vice presidente di Android Sundar Pichai: il sistema operativo del robottino verde ha raggiunto quota 1 miliardo di utenti attivi al mese, con il download di applicazioni in crescita del 236%, e caratterizza il 62% dei tablet in circolazione. Ed è anche il protagonista della rivoluzione annunciata con il nome di Android L.

shadow carousel
Google, arrivano gli smartwatch e Android Auto
Nuova grafica
Disponibile da subito per gli sviluppatori, porta in dote 5mila nuove Api e prestazioni più spinte, punta su una nuova grafica che sbarcherà anche sul resto dell’ecosistema e sull’esperienza unificata su tablet, smartphone, smartwatch e computer portatili. Più reattive le notifiche, gestibili anche se lo smartphone è bloccato, e le applicazioni, che entrano in gioco dalla ricerca Web se quanto richiesto online è presente anche in un’app già installata. Alla durata della batteria è dedicata una funzione specifica per ottimizzare gli ultimi sgoccioli. Presente la funzionalità che riconosce l’identità del possessore del dispositivo se nei paraggi ce n’è un altro, precedentemente collegato via Bluetooth, e fa a meno dell’operazione di login. E l’altro può essere, e così è stato durante la presentazione, uno smartwatch.
Smartwatch
In rampa di lancio, basati su Android Wear, ce ne sono tre: il Samsung Gear Live, quinto (!) dispositivo da polso dei coreani, e il G Watch di LG, già pre-ordinabili. Per ora si conosce il cartellino del secondo: 200 euro. La commercializzazione del Moto 360 è invece in calendario per l’estate. Come detto, gli orologi dialogheranno con gli smartphone Android in base alla nostra posizione e risponderanno ai comandi vocali, salvando le informazioni dettate anche sul telefonino. La palla adesso è nelle mani degli sviluppatori, compreso il sensore per rilevare il battito cardiaco. Google ha mostrato come con l’app Eat24 si possa già ordinare e pagare, negli Stati Uniti ovviamente, una pizza con qualche rapido tocco sullo smartwatch. E si è anche tolta lo sfizio di fare una dimostrazione legata a Lyft, applicazione per chiamare auto con conducente che fa concorrenza alla (praticamente sua) Uber. Un nuovo convinto passo, insomma, verso le tecnologie indossabili, anche se i piccoli schermi sembrano ancora un po’ troppo affollati.
iWatch
L’altro campo in cui la sfida con Apple, che il suo iWatch ancora non l’ha svelato, si sta facendo appassionante è quello delle automobili. Android Auto salirà effettivamente a bordo di una delle vetture dei circa 40 nuovi marchi partner, da Audi a Fiat passando per Volvo e Alfa Romeo, entro la fine di quest’anno. Anche in questo caso tutto si può gestire con la voce e il dialogo con lo smartphone è assicurato con la visualizzazione del suo contenuto sulla plancia.
Android Tv
Con Android Tv Google lancia (di nuovo) un messaggio chiaro sia ad Apple sia ad Amazon. A Seattle nello specifico ha replicato con un analogo sistema di ricerca vocale all’interno della piattaforma, che risponde con il film o la serie tv richiesta ma anche con informazioni sul cast, e puntando con la stessa convinzione sul lato ludico. Si potrà giocare sullo schermo del televisore e gestire tutte le funzioni con l’ausilio degli altri dispositivi, orologi compresi. Prima di inizio 2015, con i box di Asus e Razer da collegare a qualsiasi tv e gli schermi già pronti di Sony e Sharp, però non se ne parla.
eBook
Spazio anche ai Chromebook, anche in questo caso all’insegna della comunicazione fra device. Anche sui portatili sbarca la funzione di sblocco con lo smartphone nelle vicinanze e le app del robottino verde sono quasi pronte a debuttare in questo contesto. Il messaggio di Google è chiaro: Android L ci accompagnerà durante tutti i nostri spostamenti e in tutte le nostre interazioni con oggetti di svariato genere. Elettrodomestici, c’è da giurarci, compresi: sul tavolo rimane sempre almeno una carta coperta. 

L'autostima è importante...



di Cesare Balbo, 22 giu 2014

Chissà quante volte vi sarà capitato, a seconda delle circostanze, di fare o ricevere critiche per eccesso o mancanza di autostima. 
È un rilievo ricorrente nelle conversazioni, ma che cos'è l'autostima? Molti concordano che sia la risposta alla domanda "Cosa penso di me?" Messa così sembrerebbe una questione da diario della coscienza individuale, ma non è così riducibile poiché siamo sempre in relazione ad altro e con altro. Vale a dire non vediamo le cose per come sono ma per come siamo dato che siamo noi a misurarci con le cose.

Così quando ci confrontiamo con queste, ingaggiando una sfida, non le valutiamo in quanto tali ma in base alla stima delle nostre possibilità. Serve quindi essere consapevoli del livello di considerazione di se stessi, soppesando le proprie risorse. 

Insomma è anche un problema di autostima quello con cui si ha a che fare prima di agire. Il livello della risposta al dilemma se si sia all'altezza della situazione determina l'altezza stessa della sfida.

Per Albert Einstein, che non ha avuto inizi molto incoraggianti, «chi dice che è impossibile non dovrebbe disturbare chi ce la sta facendo».

Eppure la storia delle innovazioni è piena di ostacoli incontrati da chi sfida l'impossibile, come nel caso di Guglielmo Marconi pioniere delle telecomunicazioni. Fin da adolescente si poneva domande scientifiche, tanto che a dodici anni salito a bordo del traghetto tra Dover e Calais per andare dai nonni in Irlanda, chiese a sua madre come avrebbe potuto il comandante della nave chiamare terra se fosse accaduto qualcosa. Dopo qualche anno riuscì a dare la soluzione a quel dilemma giovanile: era possibile farlo con la telegrafia senza fili frutto degli studi sulle onde elettromagnetiche. Una ricerca da lui svolta nonostante l'ostracismo e lo scetticismo della comunità scientifica che riteneva impossibile l'applicazione della sua idea. A Marconi non mancava certo l'autostima per crederci: ma da dove nasce l'autostima?

Alcuni studiosi sostengono che la stima di sé origini dal confronto tra l'immagine che ciascuno ha di se stesso e l'immagine di ciò che si vorrebbe essere, una condizione fluttuante e mai permanente.


In questo senso, quanto più "come siamo" è lontano da "come vorremmo essere" tanto più ci si sente inadeguati e si prova insoddisfazione nei propri confronti. 

L'autostima è una delle componenti del nostro benessere psicologico ma funziona come una particolare lente che ingrandisce o diminuisce le nostre risorse personali. Nei buoni libri, un'occasione per entrare in contatto con la propria interiorità, troviamo delle frasi che andrebbero mandate a memoria come un mantra per motivarsi positivamente. È indifferente che sia Dante o T.S. Eliot a invitarci al "folle volo", quel che importa è sapere che «chi rischia di andare troppo lontano avrà la possibilità di scoprire quanto lontano si può andare».



Un altro servizio di Google sul web, per il web..



di Biagio Simonetta, 24 giu 2014

Alla fine si prenderà anche i domini. 
Google è insaziabile, e con una mossa abbastanza inattesa lancia "Google Domains", un servizio di internet provider dove sarà possibile acquistare un qualsiasi dominio internet. 
Una notizia battuta dalle agenzie qualche ora fa e che ha già fatto saltare sulla seggiola gli amministratori delegati di molte aziende del settore. 
Perché quando Google arriva sul mercato non è un semplice competitor. 
E' un uragano in grado di ribaltare il tavolo. Di monopolizzare.

"Google Domains", già raggiungibile a questo link, è ancora in versione beta ed è utilizzabile solo tramite invito (richiedibile qui). 
Ma a guardare le features ci si accorge subito che il nuovo servizio di Google è destinato a fare tanta strada. Perché non è semplicemente uno spazio web dove acquistare e registrare il "nome" del proprio sito. Affatto. Il progetto è in chiaro stile Google, e tende ad offrire un servizio omnicomprensivo. Della serie: acquisti il dominio da noi, avrai tutti i nostri servizi già inclusi. E quando si parla di servizi, in casa Google, si rischia di non finire più: da Analytics ad AdSense, fino a GMail e AdWords e oltre. E questi potrebbero essere solo alcuni dei vantaggi di chi acquisterà un dominio direttamente da Big G, che sembra intenzionato a offrire pacchetti "all inclusive" con poca concorrenza.
Su "Google Domains" sono già stati chiariti alcuni aspetti. Chi registra un dominio, per esempio, avrà 100 indirizzi email relativi al nome del dominio scelto, e tutti gli account saranno gestiti sotto piattaforma GMail. Alla faccia dei provider che offrono 5 account che girano su piattaforme con poco appeal. Fra gli altri servizi offerti, la possibilità di avere 100 sottodomini personalizzati, il redirect gratuito, la possibilità di nascondere i dati personali dalle ricerche "WhoIs", un supporto telefonico dedicato (o via mail) compreso nel prezzo. Prezzo che dovrebbe aggirarsi sui 12 euro annui.


Il problema dell'imparzialità

Alla base di un motore di ricerca deve esserci l'imparzialità. Certo, l'attendibilità e la qualità delle fonti è altrettanto determinante. 
Ma offrire dei risultati imparziali è importantissimo. 
Per questo a poche ore dalla notizia del lancio di "Google Domains" in molti già si chiedono come si comporterà Big G con i "suoi" siti. Registrare un dominio su Google piuttosto che su un qualsiasi altro Internet Provider avrà dei vantaggi (magari non ufficiali) in termini di SEO? E' questo il grande primo interrogativo. Ma "Google domains" è ancora tutto da scoprire. Il progetto nasce con prerogative vincenti: basso costo, ottimi servizi offerti. Piccole imprese e cittadini comuni sono i principali obiettivi. L'esca sembra buona. Nel giro di qualche mese ne sapremo di più.

La "resilienza" nel carattere...



di Cesare Balbo, 2 giu, 2014


«Resilienza» è una parola chiave per interpretare l'attuale fase di transizione, un termine per lo più attribuito alla metallurgia, e sarà per questo che ha il fascino magico-alchemico evocativo dell'oro. Può definirsi come l'arte dell'adattamento al cambiamento, volgendo le incertezze in opportunità e i rischi in innovazione.

Per innovare oltre all'autostima serve appunto resilienza, modalità della mente e della psiche umana di reinventarsi e rigenerarsi. 
Dagli studi di fine anni Ottanta della psicologa americana Emmy Werner sui casi di neonati dell'isola hawaiiana di Kauai, veniva la conferma dell'attitudine umana di far fronte alle difficoltà della vita in contesti sociali sfavorevoli. Se negli Usa la resilienza ha avuto più una connotazione psicologica, in Europa la parola si è applicata abitualmente in meccanica, metallurgia e soprattutto in agricoltura, attribuendo a un suolo la resilienza a seguito di calamità naturali, inondazioni o siccità, poiché «capace di riprendere vita, seppur sotto forma diversa rispetto a quella precedente lo shock ambientale».

Anche fuori dall'originale contesto e applicata in altri ambiti, la parola indica la forza di reagire, fino a capovolgerle, alle situazioni avverse. Una persona resiliente è dunque l'opposto di quella facilmente vulnerabile, poiché in grado di adattarsi e fornire una risposta reattiva alla situazione in atto.

La resilienza è una "ripartenza" sana e positiva alle spinte in un mondo sempre più interdipendente e iperconnesso: è una alternativa che indica una via d'uscita. Un'inversione di tendenza a seguito di un "rimbalzo" come indica la voce latina "resalio". Si tratta dunque della capacità di cogliere al volo le "risalite dopo le discese ardite". Laddove per discese ardite si intendono quei fallimenti che potrebbero demoralizzare e demotivare fino all'abbandono.

Uno resiliente e tenace ai "fallimenti" doveva essere Thomas Edison, tra i più grandi inventori della storia, con ben 1.093 brevetti a suo nome, record imbattuto. Edison è famoso per essere l'inventore della lampadina, uno degli oggetti più utilizzati al mondo. 
Ma prima di realizzarla dovette passare attraverso una lunga serie d'insuccessi, perché non riusciva a trovare un materiale con cui poter fare il filamento interno senza che si bruciasse all'accensione. 
Dopo qualche migliaio di tentativi "andati in fumo" con materiali diversi, all'obiezione se dopo così tanti "fallimenti" non fosse il caso di lasciar perdere, lui rispondeva: «Io non ho fallito. Ho solo scoperto 2.500 materiali che non funzionano». 
Ne dovette testare circa il doppio prima di trovare la soluzione, cioè il filamento in tungsteno, e fare quindi dono all'umanità della lampadina. Quello di Edison è un modo di approcciarsi significativo su come affrontare e superare le avversità.

Mondiali di calcio: l'incapacità italiana di essere sobri...



di Giorgio Gandola, 9 giu 2014

Prima di cominciare, in Brasile abbiamo già vinto un mondiale: quello del lusso. 
Non c’erano dubbi, siamo i più modaioli e certamente i più viziati. Stiamo parlando della delegazione azzurra, che ha affittato il resort Portobello di Mangaratiba (foto da urlo con palmizi a un passo dal mare) a trecento euro a stanza con camere singole per ogni calciatore e una delegazione di 90 persone.


Il resort Portobello di Mangaratiba 

Anche questo un record, si sa che le corti italiane sono sempre simili a quelle del re Sole.

Nazioni economicamente meno in difficoltà della nostra si sono mostrate più parsimoniose. L’Inghilterra ha affittato 64 stanze spuntando 150 euro a notte a Rio de Janeiro, la Francia 50 stanze da dividere (con il mare a 400 chilometri) per un esborso di 90 euro a notte. 
L’Olanda si è stabilita a Ipanema, ha affittato una cinquantina di stanze e ieri per divertimento si è allenata in spiaggia. La Spagna ha scelto il ritiro di una squadra brasiliana a Curitiba. E la Germania ha fatto un affare come al solito: ha comprato il resort nello stato di Bahia. Tredici casette per giocatori e accompagnatori (totale 62). La federazione giura che è stato un ottimo affare e che renderà una volta finito il mondiale. Altra categoria.


L’esborso italiano è il più alto, oltre 800 mila euro, però c’è una garanzia: non pagano i contribuenti, ma la Fifa, che per la partecipazione degli azzurri ha stanziato 9,5 milioni di dollari. 
Tutta l’operazione Brasile costerà al massimo 3 milioni, quindi ci sarà un margine largamente attivo. Resta la sensazione dell’incapacità di essere sobri da parte di chi sta sempre su un altro pianeta. A questo punto speriamo che la nazionale abbondi anche nei gol (fatti).

Mondiali di calcio: le colpe della nostra sconfitta...



di Mattia Losi, 25 giu 2014

Img Description


Chiariamo subito un paio di cose: l'arbitro Rodriguez non ha arbitrato bene, anzi ha commesso alcuni errori gravi. Mario Balotelli non ha giocato come tutti speravamo potesse giocare e non è riuscito a trascinare la Nazionale oltre il traguardo degli ottavi di finale. 
Ma se pensiamo di essere usciti da questo Mondiale per colpa dell'arbitro e di Balotelli stiamo commettendo un errore clamoroso. Stiamo guardando il dito che indica la Luna, senza vedere la Luna che viene indicata.

Iniziamo da Balotelli, osannato dopo la partita contro l'Inghilterra e precipitato all'inferno dopo quella con la Costa Rica. 
È vero, ha giocato male e in tutto il mondiale ha tirato verso la porta solo quattro volte: due con gli inglesi (un gol e un salvataggio sulla linea) e due con la costa Rica (pallonetto sbagliato e tiro dalla distanza parato dal portiere). 

Un bilancio scarso, ma la domanda è: quante volte è stato servito in modo decente per tentare la via del gol? 
Risposta: due. 
Perché nel caso del pallonetto contro l'Inghilterra e del tiro da fuori con la Costa Rica l'occasione se l'è creata da solo. 
E un attaccante, se non lo servi, resta isolato dal gioco come in effetti è accaduto anche a Ciro Immobile, pure lui costretto dai compagni a navigare nel nulla della metà campo avversaria.

È facile dare tutte le colpe a Balotelli, ma forse il primo errore è stato quello di credere che potesse reggere da solo il peso dell'attacco italiano: non è mai stato una prima punta e ha sempre giocato partendo da dietro. Scommettere su un Balotelli centravanti unico è stato un azzardo, non certo colpa sua. La verità è che tutti vorremmo che Balotelli fosse Pelè, invece è Balotelli: un giocatore capace di improvvisazioni straordinarie e di partite inguardabili. E forse, se la smettessimo di caricargli sulle spalle il peso di tutti i mali del mondo, riuscirebbe a fare un po' meglio.

Balotelli è diventato il capro espiatorio, scaricato dai compagni subito dopo la partita: che Buffon e De Rossi si riferissero a lui parlando di giovani che fanno le figurine invece di agire sul campo era chiaro anche ai sassi. Le colpe di Balotelli sono imperdonabili? 

Al di là della scarsa eleganza nel far volare gli stracci in pubblico, cosa mai vista nella storia della Nazionale e raramente in quella dello sport, c'è qualcosa da aggiungere. 
Le prediche vengono da due giocatori che nel loro passato hanno episodi non proprio edificanti: Buffon con la vicenda dei simboli nazisti sulla maglia (ma lui era autorizzato a ignorarne il significato) e con fiumi di denaro buttati in scommesse (ma lui è libero di fare quello che vuole con i suoi soldi). 

De Rossi con una gomitata che gli è costata quattro turni di squalifica al Mondiale del 2006, condita da altri gesti analoghi in carriera (ma lui ha diritto all'oblio). 

Perchè a qualcuno si perdona sempre e a Balotelli mai? 
Tirare freccette ai ragazzini delle giovanili del City e prendere multe a raffica con la macchina è forse peggio di quello che hanno fatto i suoi compagni?

La seconda finta colpa è quella dell'arbitro: l'espulsione di Marchisio è stata eccessiva, ma che fosse almeno fallo da ammonizione non ci sono dubbi. Per di più l'episodio è accaduto proprio sotto gli occhi di Rodriguez che, come spesso accade all'estero, ha applicato con estrema durezza il regolamento (avendo visto l'accaduto, era a mezzo metro). Marco Tardelli, sul cui attaccamento alla Nazionale non possiamo avere dubbi, è stato prontamente zittito quando ha tentato di far capire che tutto sommato, a ben guardare, il rosso non era poi una bestemmia. 

Lo stesso arbitro non ha poi visto il morso di Suarez a Chiellini: che l'attaccante uruguagio sia un giocatore viscido e recidivo non ci sono dubbi, che l'arbitro e gli assistenti possano non aver visto dato che la palla era altrove è purtroppo nella logica delle cose. 

La prova televisiva farà giustizia.

Ma se l'arbitro avesse davvero voluto colpire la nostra Nazionale avrebbe fischiato un rigore a favore dell'Uruguay per il fallo di Bonucci su Cavani, che invece non ha visto. Possiamo incolparlo di essere scarso, non certo di essere ladro. Una tentazione ricorrente dato che tendiamo a giustificare con le colpe degli arbitri le nostre pessime prestazioni ai Mondiali: l'inglese Ashton nel 1962 in Cile, l'ecquadoriano Moreno nel 2002, adesso il messicano 
Rodriguez: Ma capita sempre a noi?

Rodriguez e Balotelli hanno le loro colpe, ma non è colpa loro se abbiamo battuto solo l'Inghilterra, che poi si è dimostrata insieme a noi la più scarsa del girone. Non è colpa loro se gli Azzurri non correvano, ma camminavano. Non è colpa loro se in tre partite agli attaccanti sono arrivati meno di dieci palloni giocabili, se abbiamo perso con la Costa Rica, se la nostra difesa ballava la danza dell'incertezza, se contro l'Uruguay l'unico pallone scagliato verso la porta è stato un calcio di punizione di Pirlo, se abbiamo preso gol su calcio d'angolo quindi in una situazione dove l'inferiorità numerica non conta nulla, se nell'azione del gol Bonucci non sta difendendo su nessuno e lascia Godin libero di saltare.

Non è colpa di Rodriguez e Balotelli seil calcio italiano più di quello che abbiamo messo in campo non riesce a esprimere e se nelle quattro semifinaliste di Champions c'erano giocatori di almeno una ventina di Paesi, ma nemmeno un italiano. Non è colpa loro se da anni non c'è un azzurro in corsa per il Pallone d'Oro e ci aggrappiamo disperatamente a Pirlo per dire che abbiamo un fuoriclasse.


Due anni fa Italia e Spagna si giocavano la finale dell'Europeo, l'anno scorso gli Azzurri erano terzi alla Confederations, battendo proprio l'Uruguay. Questa volta è andata male: nel 1966 fallì il Brasile di Pelè, può capitare anche a un'Italia che di Pelè non ha nemmeno l'ombra. Ma per favore non diciamo che è colpa di Balotelli e dell'arbitro. 

Mondiali di calcio: eliminati al primo turno (come nel 1966 e nel 1974)... Un segno dei tempi?



di Marco Onado, 26 giu 2014


Riusciremo a trasformare la débâcle brasiliana in occasione di riscatto del calcio italiano? 
La fiammella di questa speranza sembra alimentata dalla cabala: in almeno due altre occasioni siamo usciti dal mondiale al primo turno (il 1966 e il 1974) ma ai giochi successivi abbiamo primeggiato. 
I tempi sono però profondamente cambiati.


Il calcio di allora aveva una dimensione prevalentemente sportiva e le soluzioni erano solo tecniche, mentre oggi è un grande business globale, in cui l'Italia fatica seriamente a tenere il passo degli altri grandi. Se il calcio è una metafora del sistema Paese, l'insuccesso brasiliano è uno specchio di difficoltà ben più profonde. Intendiamoci: non è che altrove siano solo rose e fiori. 

L'Economist ha dedicato ai problemi del calcio una copertina con lo slogan: "un gioco bellissimo, un business orrendo". Ovviamente nel nostro caso, il primo termine si riferisce alla bellezza del gioco in sé, non certo alla qualità delle partite giocate dall'Italia in questo mondiale e neppure in quelle della stragrande maggioranza delle gare nel nostro campionato maggiore. 
Qui sta il primo nodo che l'Italia deve affrontare. Sul volo anticipato di ritorno in Europa siamo in buona compagnia, ma Spagna, Inghilterra e Portogallo possono vantare campionati di buon livello, stadi pieni e società gestite con oculatezza, almeno nei limiti in cui questo sostantivo viene interpretato nel mondo del pallone. Se aggiungiamo poi la Germania, che sembra destinata a fare molta strada in questo mondiale, abbiamo un ulteriore esempio di modelli cui ispirarsi. 

In una logica economica, le società di calcio italiane sono lo specchio deformante di tutti i problemi. Perché sono troppe, perché hanno legami pericolosi, perché non sono abbastanza attente all'equilibrio economico. Sono innanzitutto troppe perché le società delle serie minori hanno lo stesso modello giuridico di quelle maggiori. E così l'Italia ha più società di calcio con fini di lucro delle tre grandi leghe Usa messe assieme.

La separazione, anche nei modelli societari, fra business e sport è invece la prima condizione per alimentare la qualità delle serie minori ed evitare che queste siano lo specchio (quasi sempre in peggio) dei mali dei livelli superiori. Hanno poi legami pericolosi, perché molte (troppe) hanno rapporti stretti con la malavita organizzata o semplicemente con frange di ultrà violenti, come ha denunciato Raffaele Cantone in un libro di un paio di anni fa. Affrontando questo problema solo nell'ottica dell'ordine pubblico, si è arrivati all'assurdo che le persone per bene devono fare code estenuanti per introdurre allo stadio pericolosi bimbi di sei anni, mentre sugli spalti esplodono bombe carta e ci si accoltella dentro e fuori. Non è forse un caso se il giorno più brutto della nazionale coincide con la morte di un innocente che aveva l'unica colpa di voler vedere una partita di calcio.
Come insegna il caso inglese degli anni Ottanta, i primi controllori della violenza sono le società, se non altro come contropartita dei milioni di euro che gravano ogni domenica sul contribuente per un servizio di ordine pubblico degno di una sommossa nazionale. E poi c'è il problema della gestione economica delle società, dunque dell'equilibrio fra costi e ricavi. I secondi sono esplosi grazie agli introiti televisivi. 

L'Economist stima che le prime venti società mondiali si spartiscono una torta di 5,4 miliardi di euro, la maggior parte dei quali assicurati dai diritti televisivi. 
Ma l'Italia, proprio per la caduta della qualità dello spettacolo offerto, è sempre più in affanno per mantenere la sua quota nel mercato globale ed è sempre più lontana dalla Premier inglese che raggiunge 643 milioni di famiglie. Ancora più che in altri paesi la pioggia d'oro dei diritti televisivi è stata sperperata in spese crescenti, quasi sempre per riconoscere alti ingaggi a giocatori di terzo livello, che appaiono come meteore nei nostri stadi, lasciando penosi ricordi nei tifosi e buchi grandi come sbadigli nei bilanci. Come ricordava ieri su questo giornale Marco Bellinazzo, le società italiane hanno un rapporto fra costi dei giocatori ed entrate totali di quasi tre quarti, contro poco più della metà di quelle tedesche. Quello sì è un modello da guardare attentamente e da imitare soprattutto perché spesso (vedi Bayern Monaco) l'equilibrio economico è andato di pari passo con l'attenzione per i vivai e per i giocatori nazionali.
Tutto questo poco o nulla ha a che vedere con la costruzione di nuovi stadi che invece sembra essere considerata da molti dirigenti come la soluzione taumaturgica di tutti i mali. Ammesso che sia necessario, si deve trattare del punto di arrivo di un processo di risanamento ad ampio raggio, più che del punto di partenza. Non mancano quindi né le diagnosi dei problemi né i modelli stranieri da imitare. Riuscirà il mondo del calcio italiano a fare tesoro delle prime e a cercare di imitare i secondi? A livello di società e di organi federali, i segnali di rinnovamento (a cominciare da quello delle persone che siedono sulle principali poltrone) sono finora assai poco incoraggianti. 

Ma è ormai chiaro che per il calcio italiano l'epoca d'oro dei ricavi crescenti è finita ed è stata in parte sperperata. 
O riusciamo a rimanere al passo nel mercato mondiale, oppure rischiamo una spirale negativa fra ricavi e qualità del gioco di cui faranno le spese tutti i club, prima ancora della nazionale. Il processo di rinnovamento deve essere immediato e profondo, nell'interesse del calcio e dei milioni di veri appassionati, sempre più preoccupati di vedere rovinato, per dirla nei termini raffinati di Javier Marías, il "rito domenicale del ritorno alla fanciullezza".

La riforma del Catasto e le commissioni censuarie...



di Saverio Fossati e Giovanni Parente, 22 giu 2014

Riforma del Catasto al via con il rischio di nuovi rincari. 
Il riordino è partito venerdì con l'approvazione del decreto attuativo sulle commissioni censuarie in Consiglio dei ministri. 
Le nuove rendite allineate ai valori di mercato sono destinate a crescere in alcune città fino a dieci volte rispetto ai valori attuali e questo può trasformarsi in un ulteriore aumento del prelievo fiscale sugli immobili. 

Tutto dipenderà da come i sindaci rimoduleranno aliquote e agevolazioni delle imposte una volta concluso il restyling. Nel frattempo, i pareri parlamentari saranno chiamati a fare chiarezza sulla rappresentanza delle associazioni di categoria nelle commissioni censuarie.

Invarianza di gettito. Tutta la riforma del Catasto ruota intorno a queste tre parole per assicurare che le nuove rendite (quasi sempre più alte delle attuali) non si trasformino automaticamente in aumenti delle tasse a carico dei proprietari degli immobili. A maggior ragione dopo il primo dei decreti attuativi della delega fiscale varato venerdì dal Governo e che ora dovrà essere esaminato dal Parlamento per i pareri. 

La bozza del provvedimento non garantisce, infatti, un posto sicuro ai rappresentati delle associazioni di categoria del settore immobiliare in ognuna delle 103 commissioni censuarie locali composte da sette membri ciascuna e chiamate, tra l'altro, a validare gli algoritmi che dovranno determinare i valori patrimoniali e le nuove rendite basate sui metri quadrati per 60 milioni di unità immobiliari. Spetterà, infatti, al prefetto proporre al presidente del Tribunale (che poi ne nominerà tre) i componenti indicati – solo indicati – da professionisti e associazioni di categoria. 

Con il risultato che quest'ultime potrebbero trovarsi escluse dalla composizione finale e, quindi, senza voce in capitolo sul meccanismo di costruzione delle funzioni statistiche per definire i nuovi importi.

Quanto sia delicato questo passaggio lo testimoniano le prime stime sugli effetti delle revisione delle rendite e della costruzione dei valori patrimoniali. In alcuni casi si potrà anche arrivare a importi addirittura dieci volte superiori a quelli attuali. 

Naturalmente, bisogna considerare che l'aumento in termini percentuali sarà tanto più elevato quanto più basso è il livello delle attuali rendite. Il progressivo allineamento dei valori patrimoniali a quelli del mercato delle compravendite e delle rendite agli importi delle locazioni dovrebbe portare a eliminare o almeno a ridurre le sperequazioni esistenti. 

In linea di massima, gli importi su cui si calcolano adesso Imu e Tasi presentano profonde differenze non solo tra le varie aree del Paese - e i numeri proposti in grafica dimostrano un livello più alto nelle città centro-settentrionali - ma tra le diverse zone della stessa città. 

Questo basterebbe a far capire quanto la presenza di chi conosce il mondo immobiliare, a fianco dei componenti istituzionali (oltre al presidente scelto tra magistrati ordinari, amministrativi o tributari ci saranno due componenti designati dalle Entrate e uno dall'Anci), possa risultare determinante per fotografare nel modo più fedele possibile la situazione reale ed evitare distorsioni poi sul prelievo fiscale a carico dei cittadini.

Sulla composizione delle commissioni censuarie una correzione di rotta è ancora possibile con i pareri parlamentari, che dovrebbero arrivare prima della pausa estiva in quanto la delega stabilisce un termine di 30 giorni dalla data di trasmissione (in teoria ci sarebbe l'eventualità anche di un tempo supplementare di 20 giorni da giustificare con la «complessità della materia»). 

 I tempi stretti non rendono semplice un ripensamento, così come bisognerà capire se le commissioni censuarie saranno investite del compito di esaminare le richieste dei contribuenti di revisione della rendita attribuita per ridurre il contenzioso tributario come sembrava dalla lettura della legge delega, mentre lo schema di decreto approvato dal Governo non ne fa menzione (si veda l'articolo in pagina).

Ma non è tutto. La questione centrale è se e come i prossimi decreti sul Catasto daranno attuazione al principio dell'invarianza di gettito, ossia alla previsione che le nuove rendite e i nuovi valori patrimoniali non dovranno trasformarsi anche in un ulteriore aumento della tassazione sui cittadini. La delega traccia la strada dell'intervento su aliquote, deduzioni dalla base imponibile o detrazioni d'imposta anche da parametrare al reddito familiare. 

Eppure senza un vincolo ancora più preciso (e penalizzazioni per chi non lo rispetti) che obblighi le amministrazioni comunali a restare nei limiti di quanto già incassato finora, le buone intenzioni della delega sulla revisione di rendite e valori patrimoniali rischiano di trasformarsi nell'ennesimo rincaro della tassazione sugli immobili a carico degli italiani. 

A meno che non si immagini che sia il cittadino a doversi attrivare impugnando al Tar la delibera comunale contraria alla legge.

La riforma della giustizia in Italia...

Da RaiNews

Ritorno del falso in bilancio e stretta sulle intercettazioni, in arrivo la riforma della giustizia

Primo punto da affrontare il "monte arretrati", con i 9 milioni di procedimenti ancora pendenti tra penali e civili. 

E poi riforma del Csm, introduzione della responsabilità dei magistrati e norme più dure per i boss



Il ministro Andrea Orlando
Riforma del Csm, nuove regole per le intercettazioni, nuovo falso in bilancio e responsabilità dei magistrati. Sono alcuni dei punti chiave della riforma della giustizia che il ministro Andrea Orlando ha presentato al premier Renzi e che lunedì prossimo arriverà in consiglio dei ministri. 
Un insieme di linee guida su cui lavorare ma, come lo stesso guardasigilli sottolinea, non si può non partire dall’ormai atavica lentezza dei processi italiani, con l’infinito pregresso di 9 milioni di processi pendenti tra penali e civili. Se non si parte da qui, ha sempre detto Orlando, non ci si raccapezza più.
 
Per questa riforma il presidente del Consiglio intende seguire la stessa via utilizzata per quella sulla pubblica amministrazione di Marianna Madia. Prima le “linee guida” e la discussione su queste. Poi le misure concrete, decreti o disegni di legge che siano. Sul fronte tempi, si ipotizza che gli interventi legislativi possano anche arrivare già dopo le ferie estive.
 
L’Anm, l’associazione nazionale magistrati, si riunirà oggi per discutere proprio della riforma e buttare giù le proprie linee guida da presentare al governo. Tra le novità nei piani dell’esecutivo alcune norme, come quella che riguarda la responsabilità dei magistrati o quella sulle intercettazioni, suscitano più d’una perplessità tra le toghe.
 
I processi troppo lunghi
Primo punto da affrontare, inevitabilmente, la lentezza della giustizia italiana. Per snellire questa realtà, e cercare di “smaltire” i 9 milioni di procedimenti arretrati, sono necessarie secondo Orlando cinque mosse: snellimento delle norme sia nel penale che nel civile con interventi sui codici di procedura penale e di procedura civile. E su questo sono al lavoro le commissioni Canzio e Berruti. Potenziamento della magistratura ordinaria e onoraria. Stretta sui tempi del Csm. Introduzione di  “punizioni” e responsabilità. Infine, certezza che i processi non cadano nel vuoto con la prescrizione.
 
Gli interventi sul codice penale
La riscrittura del codice è indispensabile per affrontare il problema della lentezza della giustizia e, tra i punti fondamentali per intervenire su questo aspetto, è l’intervento sulla prescrizione, con l’idea di fermarla al primo grado. Mannaia poi sulle impugnazioni, che verrebbero drasticamente ridotte, ed archiviazione per tutti i processi di lieve entità. Al lavoro infine anche sui tempi di iscrizione dei reati, con l’idea di renderli contestabili per le parti.
 
E quelli sul codice civile
Anche nel civile interventi per ridurre l’arretrato, con l’idea di “degiurisdizionalizzare” una serie di fattispecie con l’obiettivo di raggiungere un sempre minor ricorso al giudice a tutto vantaggio della negoziazione assistita e al giudizio di fronte a un arbitro. Entreranno a pieno titolo gli affidavit, la fase esecutiva del processo vedrà penalizzato il debitore che cerca di perdere tempo. Nascerà il tribunale della famiglia e della persona e si assesterà quello delle imprese.
 
Falso in bilancio e misure più dure per i boss
Novità per il falso in bilancio, che sarà punito fino a 5 anni, mentre si discute ancora sulla procedibilità a querela o d’ufficio (ma si propende per la seconda via). E novità anche per l’auto-riciclaggio (punito fino a 6 anni), e maggiori pene per il 416-bis (fino a 15). E poi misure d’esecuzione della pena più stringenti per i boss e nuove regole sul sequestro e la confisca dei beni.
 
Riforma del Csm
Orlando intende cambiare innanzitutto il sistema di voto del consiglio superiore della magistratura, introducendo un meccanismo di panachage (è possibile il voto disgiunto) che sconvolgerebbe gli equilibri delle correnti. Fondamentale nei piani del guardasigilli è poi intervenire sui tempi, lunghi, delle decisioni di palazzo dei Marescialli rendendoli più stringenti. Rivoluzione poi sul fronte della giustizia disciplinare: verrà creata una sezione autonoma del Csm per trattare i “processi” delle toghe e, invece del ricorso in Cassazione, i magistrati condannati potranno rivolgersi all’Alta corte tante volte sollecitata da Luciano Violante. Si tratterebbe di una Corte mista, che avrebbe competenza per tutte le magistrature, ma non ci sono indicazioni sulla sua composizione.
 
La responsabilità per i magistrati
Questo, insieme al punto sulle intercettazioni, è il capitolo che più preoccupa le toghe. Esclusa da parte dell’esecutivo la responsabilità diretta, cioè la versione del leghista Pini approvata alla Camera. Mentre è annunciato un intervento che limiterà l’attuale filtro e rimodulerà la rivalsa dello Stato sulle toghe fissandola al 50%. Su questo fronte non è però escluso che, alla fine, il governo invece di intervenire direttamente mandi avanti il ddl già in discussione al Senato.
 
Intercettazioni
Punto forse più delicato di tutto il pacchetto giustizia, sulle intercettazioni il ministro Orlando si muove seguendo due linee guida: evitare che le telefonate finiscano subito nelle ordinanze di custodia cautelare, dove le intercettazioni verrebbero invece riassunte; e vietare di darne copie alle parti prima dell’udienza stralcio. Gli avvocati potrebbero solo ascoltare le registrazioni. 

Lo "stampare moneta" e l'elicottero di Milton Friedman



di Vito Lops, 24 giu 2014

Il 20% dell'enorme debito pubblico del Giappone (230% del Pil, il terzo Pil del pianeta da circa 6mila miliardi di dollari è nelle mani della Bank of Japan. 
A renderlo noto è la stessa BoJ in un comunicato. 
Cosa significa? 
Semplicemente che l'istituto centrale che guida la politica monetaria dalle parti di Tokyo negli ultimi due anni ha stampato molta moneta (al ritmo di 1.000 miliardi di dollari) l'anno e ora detiene circa 2mila miliardi di dollari del debito giapponese. 
Già, stampare moneta. 
Ma cosa significa? Davvero è possibile caricare banconote su un elicottero e distribuirle al popolo (metafora che riprende l'immagine usata dal premio Nobel Milton Friedman per descrivere un aumento dell'offerta di moneta che piove dal cielo)?
Cosa significa esattamente stampare moneta? 
Significa emettere nuova moneta in un sistema economico al netto di quella ritirata. Contrariamente a quanto si può credere quando uno Stato emette nuovi titoli di debito pubblico (vende sul mercato titoli di Stato) chiede un prestito agli investitori (sia che essi siano stranieri siano che siano cittadini residenti nello stesso Stato) ma non emette nuova moneta. È una partita di giro, attraverso la quale lo Stato "ritira" tecnicamente della moneta già esistente (nei portafogli degli investitori) impegnandosi a restituirla a un certo tasso di interesse. Quello che viene difatti creato dal nulla quando lo Stato emette nuovo debito è un ammontare di interessi, moneta che lo Stato dovrà procurarsi da qualche parte (nella maggior parte dei casi accade emettendo nuovo debito in un circolo potenzialmente vizioso). Non a caso, dagli anni '80 lo Stato italiano ha pagato oltre 3mila miliardi di interessi su un debito pubblico che oggi ha superato i 2mila miliardi.

E allora quando si "stampa moneta"? Quando è che arriva l'elicottero di Friedman? Uno dei modi per farlo è acquistare titoli circolanti sul mercato finanziario (quindi già emessi) da parte delle banche centrali. Una politica utilizzata negli ultimi anni come contro-mossa alla crisi economica e finanziaria partita nel 2008 da Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone. Le rispettive banche centrali hanno acquistato titoli di Stato con moneta creata dal nulla (le banche centrali lo possono fare) che è quindi andata a finire nei portafogli degli investitori di chi ha venduto quei titoli alla banca centrale. Questi investitori hanno poi dirottato questi capitali verso attività a rischio più elevato (come le azioni) e questo spiega anche perché le Borse viaggiano su livelli record. Wall Street e Francoforte sono ai massimi di tutti i tempi mentre, secondo Jp Morgan il rapporto prezzo/utili delle azioni dell'indice Msci Europe è a 14,5, il livello più alto degli ultimi 12 anni.
Quando un banca centrale acquista titoli sul mercato stiamo parlando del famoso quantitative easing, conosciuto in italiano come "allentamento monetario". Con una politica di quantitative easing si ottengono due effetti: 1) immettere nuova moneta in un sistema economico; 2) abbassare i tassi di interesse sulla parte lunga della curva dei rendimenti. Il secondo punto si può comprendere meglio se si considera che, generalmente, una banca centrale ricorre al quantitative easing quando 1) l'economia è depressa; 2) quando sono state già usate le armi convenzionali per provare a sostenerla, ovvero quando la banca centrale ha già praticamente abbassato il più possibile il tasso di interesse di riferimento (quello che le banche commerciali pagano per ricevere in prestito dei capitali dietro collaterali accettati dalla stessa banca centrale).
Quindi, in teoria, quando viene effettuato un quantitative easing è simmetrico pensare che il quadro di fondo non sia favorevole e che l'economia sia caduta in una trappola della liquidità (non è più sufficiente agire sui tassi di interesse a breve per stimolare la domanda). L'obiettivo finale di una manovra di "qe" è rilanciare l'economia, ovvero far affiorare soldi all'economia reale e stimolare la domanda (investimenti di imprese e consumi delle famiglie) depressa dalla crisi e non più stimolata dal circuito bancario per via della contrazione del credito (alle banche commerciali non conviene prestare quando l'economia è fragile perché aumentano i tassi di insolvenza e la rischiosità dell'operazione).
Detto ciò, si può dire che la Bce abbia finora stampato moneta? Non proprio. Nel 2010 ha avviato un programma di acquisto di titoli di Stato, noto come il piano Smp (Securities markets programme) attraverso cui ha acquisto sul mercato secondario dei bond dei Paesi più colpiti dalla crisi finanziaria. Un'operazione non convenzionale che ha suscitato polemiche tanto che Jurgen Stark, allora capo economista della Bce, si è dimesso dal consiglio direttivo ufficialmente per "motivi personali", anche se in più ipotizzano in polemica con la manovra della Bce. In ogni caso, può considerarsi l'azione della Bce come una "manovra elicottero"? Non proprio, perché successivamente la Bce ha avviato un'operazione di sterilizzazione, ovvero di vendita degli stessi titoli sul mercato, quindi drenando la moneta che aveva immesso con l'acquisto.
Il 5 giugno 2014 nel pacchetto di misure annunciato da Draghi la Bce ha però "sospeso" il piano di sterilizzazione, così difatti ha lasciato nel sistema l'equivalente di 170 miliardi di euro immessi nel piano Smp e non ancora drenati. È questa, tecnicamente, al momento l'unica azione di immissione monetaria netta effettuata dalla Bce dalla crisi ad oggi. Tra l'altro, non esente da polemiche. Perché la Bce provvede ad incassare dagli Stati gli interessi sul debito e a rigirarne il 92% alle rispettive banche centrali in proporzione al peso dei vari Stati membri dell'Eurozona. Nel 2013 l'Italia ha pagato 4 miliardi di euro di interessi sui 102 miliardi di titoli italiani detenuti dalla Bce. Di questi l'8% è stato trattenuto in bilancio dalla Bce e il 92% è stato rigirato alle banche centrali dei Paesi dell'Eurozona. Ma la fetta più ampia è andata alla Germania (che ha la quota maggiore). Quindi l'Italia ha trasferito alla Germania circa 1,5 miliardi di interessi nel 2013 per la quota di bond italiani detenuti dalla Bce.
Mentre la Fed, la Bank of England e la Banca del Giappone quando acquistano bond governativi non hanno il problema del riparto degli interessi con altri Stati e, di conseguenza, se portano il debito fino a scadenza (come stanno facendo) monetizzano lo stesso debito che a quel punto diventa a costo zero per lo Stato (gli interessi diventano una partita di giro da tra banca centrale e tesoreria di Stato). In pratica è come se cancellassero debito emettendo allo stesso tempo base monetaria netta per riattivare la domanda depressa. In questi casi l'indipendenza tra banca centrale e governi (che in Europa agisce in modo vincolante e che in Italia è stata inaugurata nel 1981 con il divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia che da allora ha impedito alla Banca d'Italia di controllare i tassi sul debito non potendo più intervenire sul mercato primario) in Paesi come Stati Uniti, Inghilterra e Giappone è certamente più labile. Come dire, in casi di emergenza, si chiude un occhio e tra banche centrali e governi si instaura un rapporto più vicino e cooperativo.
Nell'Eurozona questo non è accaduto e non può accadere sia perché ci sono 18 Stati differenti e soprattutto perché è esplicitamente vietato dai trattati. Ma la Bce, qualcuno dirà, ha stampato moneta in altro modo, fornendo liquidità alle banche anche sul lungo periodo a tassi agevolati attraverso operazioni Ltro (Long term refinancing operation). In realtà, queste operazioni, tecnicamente non equivalgono a stampare moneta. Perché la quantità immessa dal nulla deve poi essere restituita a scadenza dalle banche alla banca centrale. Viene in sostanza stampata moneta a termine, moneta destinata ad "autodistruggersi" con la restituzione a scadenza, dopo 3 o 4 anni a seconda del tipo di Ltro. Operazioni come le Ltro annunciate nel 2011, 2012 e adesso nel nuovo pacchetto con la novità del Tltro, (targeted Ltro) ovvero un prestito agganciato in parte a quanti prestiti alle imprese le banche effettuano, per favorire l'erogazione di credito, non possono rientrare nell'alveo della "monetizzazione del debito" e della tecnica di "stampare moneta" a pieno regime utilizzata invece dalle altre banche centrali più influenti del pianeta.
E questo è anche uno dei motivi per cui l'euro resta forte nei confronti delle altre valute, perché difatti le quantità immesse dalla banca centrale sono a termine, non si tratta di immissioni nette. Del resto, la Bce è vincolata da trattati europei che non prevedono che possa operare al pari di Fed, Boj e Bank of England.
Ma esiste un altro modo di stampare moneta, al di là dei trattati? Secondo Marco Cattaneo, consulente aziendale specializzato in operazioni di private equity e autore, con Giovanni Zibordi, che opera nei mercati finanziari dal 1999, del libro "La soluzione per l'euro", un modo c'è. Attraverso stimoli fiscali. Lo Stato italiano, come qualsiasi altro Stato dell'Eurozona, potrebbe emettere certificati di credito fiscale a favore di datori di lavoro (del settore privato) e di lavoratori (del settore privato e pubblico). Certificati che poi potranno essere utilizzati per qualsiasi pagamento nei confronti della pubblica amministrazione (tasse, multe, eccetera) dopo due anni.
«Questo è necessario per dare all'economia il tempo di recuperare e di produrre la crescita del Pil e di introiti fiscali che compensa l'utilizzo del Ccf – spiega Cattaneo -. Scaduto il termine di due anni, il detentore di Ccf li utilizzerà per pagare imposte e altre obbligazioni finanziarie dovute allo Stato. Questo non sarà un problema per l'equilibrio delle finanze pubbliche, in quanto l'assegnazione di Ccf rappresenta una forte azione di stimolo alla domanda». Un esempio? «Un lavoratore dipendente con un reddito netto di 20mila euro annui riceve un'integrazione di reddito, sotto forma di Ccf; pari a quasi il 20% della sua retribuzione. L'integrazione percentuale scende al 10% circa per redditi netti di 50mila euro e al 5% per redditi netti di 100mila. In questo modo i lavoratori dipendenti e assimilabili riceverebbero Ccf per 48 miliardi, i lavoratori autonomi per 22. Quanto ai datori di lavoro riceverebbero Ccf per 83 miliardi, pari al 18% del monte retribuzioni delle aziende private italiane stimato per il 2014 in 466 miliardi di euro. Questo equivale ad abbattere di circa il 18% il costo effettivo del lavoro. In questo modo si ottiene, per via diversa, il riallineamento di competitività (quella persa nei primi 15 anni di Eurozona con la Germania dato che l'Italia ha aumentato il costo del lavoro per unità di prodotto del 18% in più rispetto alla Germania) che – ai tempi delle monete nazionali – era conseguito mediante la variazione dei cambi».

Non c'è il rischio che stampare moneta, utilizzando la parziale sovranità fiscale di cui in questo momento dispone l'Italia (finché non esiste un bilancio unico europeo ma ci sono vincoli da rispettare si può infatti parlare di parziale sovranità fiscale) si crei in futuro inflazione? «No, fino a quando la nuova moneta emessa in circolazione in modo netto va a stimolare la domanda inespressa. L'inflazione si crea quando si emette nuova moneta in un contesto in cui la domanda è già allineata al massimo potenziale produttivo di un sistema economico. In Italia e nell'Eurozona, con un tasso di disoccupazione medio superiore all'11% e ormai sui livelli di quello del dopoguerra, è evidente che domanda e offerta siano ancora lontane e quindi l'inflazione non è affatto un pericolo. Piuttosto, vista la mancanza di moneta e di domanda, lo è la deflazione».